Il paese dove non si muore mai: echi dall’Albania, un mondo immortale

16/05/2020Sara Treviglio

In queste righe si trovano le mie personali impressioni sulla lettura del libro di Ornela Vorpsi Il paese dove non si muore mai.
Ho scelto un tono più personale, questa volta, perché mi è impossibile raccontare con assoluto distacco la storia di un mondo che sento, in parte, anche mio.

Non è solo questo. Il tono stesso della narrazione è intimo e liquido come l’acqua. Ha la stessa consistenza di quella nostra voce interna che si annoda ai pensieri come una striscia di carne affaticata e livida, e che racconta il trauma di un’infanzia vissuta tra due bestie mitiche: il patriarcato nei Balcani e il regime comunista.

È la storia di un mondo liminale, naufragato nel Mediterraneo da una terra senza mattino e maturato alla luce di un sole abbacinante, unico amante e alleato delle donne di questa terra. Se siete stati in Albania o nel Sud Italia vi sarete accorti che la luce solare è molto più intensa, cuocendo il paesaggio in una patina d’oro. Quel sole così rosso e vivo percorre assieme a noi tutti i vari racconti contenuti nell’opera di Vorpsi. Non è un osservatore, ma un personaggio la cui luce diventa un intreccio di mani, strette a raccogliere il primo sangue delle ragazze.

 

 

Nel paese dove non si muore mai sono due le questioni di vitale importanza; una di queste è la puttaneria. Per una donna preservare intatta la purezza è ciò che la qualifica come donna in quanto tale, dal momento che un uomo si lava con un pezzo di sapone e torna come nuovo, mentre una ragazza non la lava neanche il mare!. Già, il mare. Nel racconto Acque medici e infermiere strappano dal grembo (clandestinamente) il frutto della colpa, ribadendo alla donna la sua puttaneria: “Però quando lo hai preso ti è piaciuto?”.

In Corona di Cristo un figlio apostrofa così la madre appena morta, colpevole di aver concepito un bambino con un uomo che non era suo marito: “Ben le sta, a quella puttana”.

In questa terra hanno il diritto di masticarti come carne e sputarti a terra nella polvere, puoi farti squarciare tentando l’aborto dopo che il padre di tuo figlio se l’è data, puoi farti scucire e ricucire lì sotto, ma non riavrai mai indietro la tua rispettabilità. Essere libera significa essere puttana e la puttaneria è un fatto serio in questo paese. Forse però libertà e puttaneria sono strettamente legate l’una all’altra. Altrimenti perché la donna del dipinto di Delacroix sventola in alto la bandiera francese a seno scoperto? Si è chiesto questo Ornela e io con lei.

La sensualità che guida il popolo, così doveva intitolarsi – forse la rivoluzione ha a che fare con la sensualità o forse può riuscire grazie alla sensualità? Perché no? – […] La libertà aveva il potere di sedurre e incantare e non sembrava avere allattato. […] Perché proprio lei al centro del dipinto? Ancora il vecchio ritornello dell’uomo e della donna anche in mezzo alla rivoluzione? La mela di Eva nella sua variante rivoluzionaria? Cosa facevano quei seni nudi in mezzo alla rivoluzione? Serviva la sensualità alla rivoluzione?”.

 

 

Credo che questo l’umanità l’abbia capito. La mela che Eva porge ad Adamo non era il peccato, ma piuttosto la libertà ed è la donna a porgerla all’uomo. La libertà fa paura, soprattutto quando ha sembianze femminili così oscure e spaventose e capaci di pervaderti tutto stordendoti completamente col suo profumo dolce. Il mito di Eva ha fatto il suo dovere durante i secoli, annichilendo la donna e trasformando la sensualità in senso di colpa. Eppure in Albania Eva non è morta. Le albanesi sono ancora oggi le sue figlie orgogliose e bellissime nonostante la violenza del patriarcato. Anche se perseguitato, alcune tracce del matriarcato sono sopravvissute nel tessuto della cultura albanese e di questo Vorpsi ci dà prova tangibile in uno dei suoi racconti, Macchie. Questa prova sono le lacrime che la giovane sposa deve versare lasciando la casa dei genitori. Il rituale della donna che piange perché non vuole sposarsi non appartiene al patriarcato, dato che una tale manifestazione di repulsione verso la nuova famiglia offenderebbe lo sposo. Le ricerche condotte da Marcello Garzaniti inoltre ci danno ampia testimonianza dell’esistenza di questa pratica nelle culture matriarcali (per chi sia interessato l’opera in questione è Il matriarcato slavo).

Al di là dell’evidenza antropologica, non serve uno studio per intravedere nei petti forti delle albanesi l’intraprendenza che la madre Eva ha lasciato loro in eredità e che spesso viene minacciata dal pregiudizio da parte di altre donne verso le proprie sorelle.

Lo spirito di Ornela non si è fatto intimorire e ha afferrato la mela che la madre Eva le ha teso. Ha capito subito perché anche il regime le aveva negato quel frutto rosso e pulsante. Era decisamente buono, al punto che Ornela era arrivata a consumarne convulsamente le pagine. Ecco, la vera forma della mela in questo libro è la letteratura stessa. Finalmente riscopro la sua autentica funzione, che va oltre l’intrattenimento. Il suo è un potere salvifico, che unisce gli uomini e nutre la mente allontanandoci dallo spettro della solitudine e dell’aridità emotiva. Nascosta sotto le ciglia del sole d’Albania, Ornela si è stretta al petto della letteratura per non naufragare nelle acque del nostro mondo.

 

 

E poi c’è la morte, madre affettuosa in una terra che concede il rispetto solo ai morti. Talvolta nemmeno a quelli. In Bel Ami la morte assume le sembianze del malleabile filo elettrico che nel giardino di Ganimete si contende col vento le lenzuola bianche. Quello stesso filo finisce al collo della giovane Ganimete e della madre Bukuria che, dopo essere state internate per condotta immorale, decidono di terminare così la loro vita.

In Albania persino la morte deve opporsi alle leggi del regime per restituire la pace ai suoi figli. I cadaveri vengono strappati ai morsi del vento da novelle Antigone per essere nascosti nelle anfore. Così accade in Giardino d’infanzia, nel quale le ossa di un giovane innamorato vengono recuperate dal cugino e nascoste in attesa di una sepoltura dignitosa.

Tutto ciò che leggerete in questo libro potrà sembrarvi estraneo, ma presto capirete che è impossibile non sentirsi parte di queste storie dopo averle lette. I personaggi che Vorpsi anima, specchio di una realtà intima e palpabile, si staccano dalla catena delle parole e diventano esistenze autonome. Vengono ad abitarci dentro, creando in noi una nuova vita e ripristinando una memoria antica, quella di una terra in cui il sole è un dio rispettato e onorato e l’aria profuma di arance e sangue.

Sebbene lo sguardo sul mondo sia femminile, nelle storie di Ornela Vorpsi c’è l’umanità intera. Parlano del dramma della donna, riuscendo ad abbracciare anche il dramma umano nella sua interezza. Per me Ornela Vorpsi fa parte di quei rappresentanti di una letteratura autentica ed efficace, scarna di inutili fronzoli e che sa usare le parole per creare empatia tra gli uomini.

 

 

In Albania non si muore mai perché il sangue degli albanesi è antico. Lo stesso sole rosso lo brucia da secoli, facendolo bollire nelle vene di questo popolo. È un sangue che non dà pace e rende irrequieti, ma allo stesso tempo forgia membra forti e inespugnabili. La sua natura ha permesso agli albanesi di respingere via l’Idra mangiauomini arrivata dal mare. L’Idra però non è ancora morta e chi proviene dal mediterraneo conosce bene la sua storia. È una storia del mar Ionio, di quelle terre sorelle cresciute sotto lo stesso sole che ancora oggi vivono al confine del mito. È anche l’Idra delle storie della mia bisnonna, ma ve la racconterò un’altra volta, forse.

Quel sole pulsante d’oro lo conosco bene anche io. È lo stesso sole che abitava il giardino della mia infanzia e che mi svegliava al mattino facendosi strada fra le fessure della finestra. Ha visto con quanto sangue puro abbiamo avvelenato la terra. Ha conosciuto la logica del rione attraverso gli occhi di Elena Ferrante e raccontata nelle pagine de L’amica geniale. Ci ha viste scappare da una terra che sembrava volerci solo divorare, come l’idra dei racconti della mia bisnonna. È strabiliante rendersi conto di come, dopo tanti anni passati in quella che per noi era una terra promessa, in noi si è fatta strada un’enorme malinconia e una voglia di tornare in una terra che ci sembrava tanto ostile. Credo di conoscere il motivo della nostalgia. Come avevo già accennato prima, queste sono terre liminali, al limite con un mondo che è ancora in contatto con i sentimenti e la magia. Ancora dominato da ombre che parlano e da credenze antichissime.

Il senso di alienazione della società moderna ancora non domina incontrastato su queste regioni così selvagge nel modo di sentire e vivere.

Forse sarà così ancora per poco.

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