Di libertà, acidi e cosmonauti: breve storia del rave e di Ptjuč

04/10/2021Romano Marra

In questo articolo si parlerà ancora una volta di cultura non ufficiale: di rave, di club, di serate sfrenate e di libertà. È un fenomeno piuttosto recente che trova collocazione negli anni Novanta, periodo che si trova in una zona grigia: è un passato che non è diventato storia a tutti gli effetti, ma occupa uno spazio importante nella memoria collettiva dei Russi. Dopo un lungo periodo di cultura istituzionalizzata e, per certi aspetti, regolamentata, negli anni Novanta si assiste a una sovrabbondanza di libertà che spaziava nei diversi ambiti della vita privata e pubblica: nell’immaginario culturale c’è da un lato la paura dei лихие девяностые (i selvaggi anni Novanta) a causa all’ondata di crimine e di instabilità, dall’altro lato invece c’è la fioritura di una serie di esperienze che permeano tutti gli ambiti della cultura del tempo: una sorta di Rinascimento culturale post-sovietico, se così possiamo definirlo. Della cultura russa contemporanea è molto interessante rivolgere l’attenzione all’andergraund che in assoluto ha rappresentato meglio lo Zeitgeist, i malesseri e le gioie dell’epoca: se negli anni Ottanta ci fu l’egemonia del rock con l’ondata di fanatismo che ne derivò, con l’arrivo degli anni Novanta la musica cambiò, in tutti i sensi.

L’esperienza rock non era più in voga  – o meglio, cessava di avere quella importanza che ebbe per vari motivi: inizia la fase del “раньше нельзя было, а теперь можно” (prima non si poteva, ora sì) tutto ormai era permesso e quindi la dimensione eroica della ribellione, peculiare dei testi rock, non aveva più ragion d’essere, il pubblico era stanco dell’intellettualismo dei brani e voleva musica ballabile e, in ultimo, i principali esponenti di quella cultura musicale erano morti o avevano in qualche modo cessato la propria attività. I primi timidi segnali di avvicinamento alla techno e all’elettronica si ebbero grazie ai primi contatti con l’Estonia e la Lituania che, complici i contatti con Berlino e con la scena techno già presente in maniera significativa, avevano già un retroterra culturale ben avviato e proprio grazie a questo ci furono i primi scambi di esperienze con i giovani musicisti che erano affascinati da questa nuova realtà musicale fatta di sonorità nuove e di nuovi luoghi di aggregazione.

 

 

Alla fine degli anni Ottanta è possibile vedere come le prime esperienze approdarono sul territorio sovietico; diede un forte impulso allo sviluppo e al consolidamento di queste nuove realtà la situazione abitativa presente nelle grandi città: in quel periodo molti edifici venivano lasciati abbandonati perché spesso gli abitanti venivano fatti trasferire in case lontane dal centro e di questa situazione di abbandono ne approfittavano spesso i giovani creando i cosiddetti сквоты (che non è altro che l’occupazione di un edificio privato). Una volta appropriatisi del territorio, spesso ne modificavano la struttura, abbattendone i muri per creare una grande area il cui scopo era poter ospitare il maggior numero di persone: in sostanza, in questi appartamenti si creavano delle zone temporaneamente autonome dove cessavano di esistere quei legami giuridici e spaziali con il territorio circostante, e dove andava a formarsi una realtà del tutto nuova in cui vigevano regole diverse e abitudini diverse: nel 1989, il Fontanka 145 di San Pietroburgo fu l’apripista. Gli iniziatori di questa impresa furono i fratelli Andrej e Aleksej Haas e Mihail Voroncov, tutti e tre esponenti della classe creativa del tempo. In un’intervista Andrej affermò che:

Era una situazione tipica dei fannulloni creativi dei primi anni Novanta: trovare un appartamento abbandonato, o meglio un’intera casa, viverci, ascoltare musica, fumare erba, incontrare ospiti e non interessarsi a nient’altro che al proprio divertimento. Nemmeno io sono sfuggito a questo piacevole destino: insieme a mio fratello Aleksej abbiamo trovato un appartamento lussuoso, cacciato i senzatetto, messo ordine e ci siamo immaginati artisti. Allora era molto di moda essere un artista.

Col tempo il Fontanka divenne non solo il prototipo del club dove poter ballare, bensì uno spazio culturale e artistico dove non di rado transitavano artisti, scrittori, pittori e personalità mediatiche del tempo: già da questo è possibile notare una tendenza legata a questi ambienti e cioè il fatto che fosse un mondo non solo legato al divertimento e alla musica, ma era soprattutto un punto dove nascevano idee, collettivi e nuove tendenze artistiche (tra cui la videoart), tant’è che le serate che si svolgevano al Fontanka venivano chiamate “azioni artistiche”. Questi luoghi, che inizialmente erano limitati solo a determinate persone, rappresentavano uno spaccato della società che all’epoca non si era mai visto: non era inusuale incontrare persone con vestiti appariscenti ed era un ambiente assolutamente queer friendly, il tutto visto senza occhi dubbiosi e senza nessun tipo di bigottismo: ciò fa capire quale fosse il livello di libertà e apertura mentale di quel periodo.

 

 

Dopo che vennero gettate le basi al Fontanka si susseguirono numerose altre feste che non avevano però le caratteristiche del rave moderno, non era ancora possibile parlare di DJ a tutti gli effetti perché c’erano infatti solo poche persone in grado di lavorare con i vinili e mixare la musica, spesso era frequente la presenza di DJ dei paesi baltici che si esibivano nei vari skvoty di San Pietroburgo e davano anche lezioni a coloro che si approcciavano per la prima volta al mondo della musica elettronica. Con il tempo il Fontanka cambiò nome in Танцпол (Tancpol), le serate diventavano sempre più variegate e concettuali: le sale si riempivano di schermi grandissimi che proiettavano capolavori della videoart, gli ambienti assumevano sempre di più quell’aspetto industriale tipico dei club moderni e il collettivo dei fratelli Haas iniziò a sviluppare idee sempre più innovative per le serate: dai ballerini che collocati sui muri, al dancefloor pieno di palloncini.

Una data fu però la più importanti di tutte, il 14 dicembre 1991, quando Mosca “dormì sonni tranquilli per l’ultima notte”. Con l’obiettivo di creare un evento di grandi dimensioni e di dare un impulso significativo alla scena rave, l’attenzione si spostò su Mosca, dove volevano organizzare un evento di grande portata che fosse però legale e autorizzato; iniziò così l’epoca d’oro del clubbing: quella del Гагарин парти (Gagarin Party). Il collettivo che si occupava di creare e gestire questo tipo di eventi aveva intenzione di creare il Rave per eccellenza a Mosca, in modo da sancire l’inizio reale di questa nuova cultura e come luogo venne scelto non un posto abbandonato qualsiasi, bensì il padiglione Космос (del cosmo) del monumentale complesso ВДНХ (Centro espositivo panrusso) di Mosca, che è un luogo della memoria dedicato ai successi dell’economia sovietica del tempo, una sorta di santuario della mitologia sovietica. Al primo evento rave parteciparono almeno tremila persone, tutte riunite per poter celebrare e divertirsi in quel nuovo contesto: se i primi rave erano stati eventi per la maggior parte gratuiti, gli organizzatori del Gagarin Party furono scaltri perché riuscirono ad ottenere finanziamenti da uomini d’affari e da compagnie private, che all’epoca si stavano diffondendo repentinamente su tutto il territorio russo.

La caratteristica interessante è l’associazione inusuale di Gagarin, ВДНХ e subcultura rave: in un’intervista rilasciata da Aleksej Haas, l’artista affermò che dopo la perestrojka e i processi di riforme, il passato sovietico era stato cancellato e dimenticato e la figura di Jurij Gagarin era l’unica rimasta nell’immaginario collettivo e soprattutto l’unica di riferimento per quel passato che ormai non c’era più. Il leitmotiv di questi rave era in un qualche senso la creazione della continuità simbolica e culturale con il passato e la salvaguardia di ciò che c’era (o che era rimasto). In aggiunta a ciò, spesso venivano campionati dei pezzi di canzoni patriottiche sulla guerra e sovietiche che venivano riadattate, rese ballabili. Da un lato c’era la rielaborazione di questi spazi nuovi (spazi che in epoca sovietica erano simbolo del potere e dell’ideologia) che venivano riletti in chiave moderna, dall’altro c’era la rielaborazione della musica: in un periodo di confusione e di vuoto culturale, le pratiche venivano riscritte conferendo un nuovo ordine e una nuova realtà simbolica che ha fornito alla classe creativa di quel tempo un nuovo terreno su cui operare: fu proprio grazie a ciò che l’attività artistica del tempo si spostò. Ormai non si svolgeva più nei musei e nelle gallerie, ma spesso e volentieri erano queste feste a diventare il fulcro della nuova vita culturale e delle nuove forme di espressione artistiche.

Con il tempo si consolidarono queste nuove forme culturali che iniziarono a diffondersi capillarmente all’interno del nuovo spazio: dal Gagarin Party al Tonnel’, ad altri spazi a Mosca e San Pietroburgo, l’ondata di rave aveva in ogni modo iniziato a farsi presente sempre più nel territorio, e nel frattempo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, questa ondata di rave iniziò a diventare sempre più frequente in Russia; fu una sorta di reazione al caos che stava avvenendo attorno e agli umori apocalittici che si stavano diffondendo nella popolazione. Numerosi artisti e тусовщики (festaioli) iniziarono a cercare una forma di legittimazione e di identificazione, e fu proprio questo l’impulso per la nascita di giornali e di riviste che servivano da strumento di veicolo della realtà club e andergraund. Un momento in particolare diede ancora più libertà alla nazione: la legge sull’annullamento della censura nella stampa e negli altri mezzi di comunicazione del giugno degli anni 90; in questo momento era diventato finalmente possibile pubblicare e diffondere materiale senza rischio di incorrere in sanzioni o in altri procedimenti penali: sono proprio questi gli anni del Kommersant’, di Radio Europa +, di Radio Echo Moskvy che in tal modo ampliano il landschaft mediatico del Paese.

 

 

L’innovazione di questi anni permise la nascita di numerosi giornali che ormai non avevano più come tematiche la cronaca, la politica, il racconto dei fatti, bensì la vita mondana, la subcultura giovanile, gli eventi che si susseguivano vorticosamente nella capitale e non, il mondo queer, le droghe e altre tematiche che a distanza di anni sarebbero state poi proibite e decretate immorali da parte dell’élite politica. Il 1994 fu l’annus mirabilis per il rave: un collettivo moscovita con a capo Igor Šulinskij decise di creare un giornale in cui poter dare spazio a questa subcultura che ancora si svolgeva in sordina e non aveva avuto una risonanza mediatica a tutti gli effetti: nacque Птюч (Ptjuč).

Il primo numero si apre con questo messaggio di Šulinksij:

È l’unità di misura della gioia. Viviamo alle soglie del terzo millennio. Dobbiamo solo fare un passo e una nuova era si aprirà davanti a noi, con i suoi eroi, le sue leggi e la sua moda. Avendo accumulato l’esperienza del millennio precedente, siamo diventati notevolmente più intelligenti, ma allo stesso tempo siamo diventati estremamente disuniti e minuti. Le persone intelligenti e i libri intelligenti ci spiegano insinuantemente, ma metodicamente, che è impossibile essere felici, e il desiderio di gioia è solo un limite quotidiano, al contrario, dobbiamo, dimenticando noi stessi, cercare la verità. Ma amiamo le feste e cerchiamo sempre di tornarci.

La morale e i dogmi religiosi stanno cambiando, la dicotomia “buono/cattivo” gira costantemente come l’ago di una bussola. Solo l’aspirazione dell’uomo per un’esistenza gioiosa, per una svolta nel piacere, rimane immutata. Questo accade perché c’è un Ptjuč in ognuno di noi, senza eccezioni. Quando mi chiedono cos’è Ptjuč, non so cosa rispondere. O è un uccello carino, un incrocio tra un pinguino e una cicogna, o un pesce carino, qualcosa come unа sardina o una pastinaca, o il simpatico Puškin e Tjutčev uniti in una persona. Forse Ptjuč è l’unità di misura della gioia… non lo so. Chiunque tu sia, un lavoratore, un dentista, un artista, un amante delle feste techno, avrai sicuramente il tuo sogno. Quindi fallo uscire.

E con la rivista, caro amico è la stessa cosa. Se sei una “persona naturale”, ami il sole, alla carne preferisci funghi e fragole, e ti prendi cura dei nostri fratellini più piccoli (anche dei ricci), questa rivista è tua. Se sei curioso e vuoi strappare il velo di segretezza su quegli eventi, le cui radici affondano nel passato, e con una risata puoi guardare negli occhi freddi di un maniaco, questa rivista è tua. Se non sei aggressivo e sei facilmente pronto a tuffarti nel mondo delle nuove tecnologie e del kitsch, sacrifichi il sonno per un rave party e il nome del cosmonauta Gagarin non è una frase vuota per te, questa rivista è tua. E se sei completamente diverso, allora questa rivista è ancora tua.

Sulle pagine di questa rivista incontrerete gli artisti, i musicisti e altre persone in grado di divertirsi e divertire. Proveremo a darvi informazioni su tutto ciò che di divertente e nuovo accade a Mosca, nel mondo e nello Spazio. 

E se, alle soglie del ventunesimo secolo, un Guardiano, uno come San Pietro, ti incontrerà e chiederà un lasciapassare, se gli darai il numero della nostra rivista, allora tutto andrà bene.

Questo progetto inizialmente nacque a settembre come giornale, ma appena due mesi dopo si concretizzò e divenne un club a tutti gli effetti, dove i membri di questa sottocultura potevano rispecchiarsi in qualcosa di concreto.

Inizialmente Ptjuč aveva una tiratura piuttosto limitata e il suo successo era circoscritto a Mosca e a San Pietroburgo, ma dopo un breve periodo iniziò ad estendersi in tutta la Russia. Se da un lato, nella stampa russa, i protagonisti erano i Новые русские (Nuovi russi), i businessmen che stavano prendendo piede nel nuovo panorama sociale post-sovietico, in Ptjuč si apre un mondo totalmente nuovo: gli eroi diventano principalmente i DJ, le persone che appartengono a questa nuova cultura, le droghe (non sempre viste nelle caratteristiche positive), l’estetica lisergica e il sesso.

 

 

Altra caratteristica molto importante è la dimensione visuale del giornale perché il layout e il design a volte sono realizzati in modo tale da rendere fisicamente impossibile la lettura. Il design è stato guidato da un collettivo artistico “Арт Бля”, ed è stato un vero esempio di avanguardia: il testo non è lineare, è illeggibile appare su motivi luminosi e acidi, a volte va in cerchio, poi dal basso in alto.

Purtroppo l’esperienza di Ptjuč ebbe una vita piuttosto breve, ma anche nella sua brevità ci permette di fare alcune considerazioni: quella degli anni Novanta è stata una generazione affascinante grazie alla propria marginalità, che ha vissuto la vita appieno elevando a culto tutto ciò che è insolito, straordinario, agendo contro il sistema. Il lavoro per loro faceva parte della convivenza, non era più una regola inalienabile dell’esistenza in nome della sopravvivenza. Le persone che rendevano possibile Ptjuč non erano certamente professionisti: erano un gruppo di creativi, di bohémien, di artisti che hanno dato un forte impulso allo sviluppo di una tendenza culturale non da poco. È importante ricordare che ciò che ha mandato avanti il collettivo e i fan di Ptjuč è stata proprio la convinzione incrollabile che la cultura libera non solo merita rispetto, ma prevarrà sempre.

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