Epifanie familiari: Origini di Stanišić e l’eredità dei Balcani

22/10/2021Marco Jakovljević

Edito in italiano da Keller nel 2021, ma pubblicato per la prima volta in Germania nel 2019, Origini di Saša Stanišić, nativo di Višegrad, in Bosnia, ma che dal 1992 vive e lavora in Germania, è, più che un libro, un viaggio nei ricordi, nelle radici più profonde della memoria. L’autore, con una serie di flashback ben ordinati, apre se stesso e la sua memoria al lettore esponendo i fatti che più lo hanno segnato nella sua agrodolce vita. Partendo dalla vita in quella Višegrad sul fiume Drina narrataci così egregiamente da Ivo Andrić (che però, dal 1992, pare che non sia più la stessa), passando per l’inizio della guerra, momento in cui Stanišić, di padre serbo e madre musulmana, fu costretto a fuggire in Germania, per arrivare poi a ricordi alternati tra momenti tipici della giovinezza di un profugo nella periferia tedesca e viaggi nelle montagne del Podrinje bosniaco assieme alla vispa, nonostante la senilità galoppante, nonna Kristina, la quale intende mostrare all’autore, ormai adulto, i luoghi da cui tutto ebbe inizio. Stanišić ci mostra con delicatezza e tatto, ma anche con pungente ironia, la caratteristica tipicamente balcanica del porre un’attenzione quasi maniacale al culto delle radici, degli antenati, attenzione a cui lui stesso non è immune, perché anch’egli ricorda continuamente e si interroga sull’utilità del sentirsi legato ad un luogo, dell’avere delle origini ed esserne consapevoli. A sorprenderlo, inizialmente, è il comportamento di sua nonna Kristina e di Gavrilo, parente alla lontana, dei quali non comprende la smania del voler mostrare i luoghi che hanno segnato la vita dei loro antenati, il continuo ricordare il passato, i morti, le leggende che si perdono nel tempo. Stanišić è convinto che queste cose gli vengano mostrate o narrate in modo da farlo interessare a sua volta sulle sue origini, in modo da risvegliare in lui orgoglio e senso di appartenenza. Infine, però, l’autore si rende conto di una cosa: la nonna Kristina, Gavrilo e l’ancor più anziano Sretoje – che l’autore coi suoi genitori incontra più tardi nella narrazione – tengono al rimembrare per il solo motivo che, sentendosi vicini alla fine, alla morte, essi vogliono che le loro storie continuino a vivere anche dopo la loro morte. Non è importante che l’ormai adulto Saša si senta veramente orgoglioso dei suoi antenati, quanto che egli porti avanti il ricordo, in modo che esso non muoia. Stanišić termina le sue conclusioni così, infatti: Gavrilo e nonna – adesso anche Sretoje – raccontavano tutto questo anche in segno di commemorazione.

 

 

Quel che scrive l’autore è efficace non solo perché la narrazione dei fatti è evidentemente sentita, trattandosi di reali avvenimenti personali, ma perché aprendosi a noi Stanišić ci dà l’occasione di riflettere a nostra volta, di ricordare, di apprezzare. È difficile non emozionarsi o comunque non rimanere colpiti in qualche modo dai ricordi, dai piccoli aneddoti, dalle persone, dai luoghi che il libro racchiude, perché in essi, o almeno in una minima parte di essi, tutti possiamo ritrovare noi stessi, la nostra vita, le persone che l’hanno caratterizzata, ma anche rimpianti, amari ricordi.

Chi vi sta scrivendo questa recensione non ha potuto non pensare a sua volta alle proprie origini, all’importanza che esse rappresentano. Caso vuole che qualcosa di balcanico scorra anche nelle vene del sottoscritto, anche se i territori brulli e semi-desertici della Zagora dalmata ai piedi del solitario monte Promina sono decisamente diversi dalle strette valli del Podrinje bosniaco. Ma Zagora o Podrinje che sia, Stanišić mi ha saputo dare, neanche troppo implicitamente, la conferma del fatto che i Balcani e l’avere in essi anche solo una parte delle proprie origini siano un fardello dal peso non indifferente da portarsi dietro. Il fardello delle guerre fratricide, degli amici che nel giro di una notte si son puntati i fucili addosso, delle incomprensioni, di miti nazionali persi nella notte dei tempi e così tanto abusati, oggi, dalle retoriche nazionaliste. Questi Balcani, la polveriera sempre pronta ad esplodere, dove ogni cinquant’anni scoppia una guerra – come diceva il cantante serbo Bajaga nella canzone Ovo je Balkan – e del quale gli uomini ad occidente tendono ad esser visti come aggressivi, criminali, sporchi, disordinati. Leggendo Stanišić, però, ci si rende conto che dietro tutta quell’asprezza, che in Origini viene in un certo senso incarnata dal ricorrente nome del villaggio di origine degli Stanišić, Oskoruša, nome che indica anche il sorbo domestico – i cui frutti sono, appunto, aspri, acidi – , si nascondono coraggio, forza, affascinanti paradossi e bellezza.

 

 

La bellezza selvaggia dei monti bosniaci, come anche della Zagora dalmata, brulla e grezza, desolata, battuta perennemente dalla bora, cantata magnificamente da quell’Arsen Dedić di Sebenico in Djevojka iz moga kraja (“Ragazza delle mie parti”). La canzone, che ha come protagonista una ragazza dalmata che viaggia sull’unica linea ferroviaria che connette la Dalmazia col resto del mondo (Provela je noć na putu/ kojim kreću od davnina/ naši snovi prema svijetu/ s Perkovića, preko Knina, “Ha passato la notte sulla strada/ da cui partono da tempi immemori/ i nostri sogni verso il mondo/ da Perković, (passando per) Knin”), è, al pari di Origini, una canzone sul ricordare, anche se si è in viaggio verso un luogo apparentemente migliore, ciò che siamo, i luoghi che ci hanno dato i natali e in cui siamo cresciuti: Djevojka iz moga kraja,/ na usnama njenim kušam/ okus prvih poljubaca,/ okus prvih oskoruša./ Ona pamti davne riječi,/ slatke boje zavičaja,/ ima želju da me liječi,/ djevojka iz moga kraja, “Una ragazza delle mie parti,/ nelle sue labbra sento/ il sapore dei primi baci,/ il sapore delle prime sorbe./ Lei ricorda le parole d’un tempo,/ i dolci colori della terra natìa,/ ha il desiderio di curarmi,/ la ragazza delle mie parti”.

E ritorna, anche in Dedić la oskoruša, gli aspri luoghi natii, che han procurato sofferenza, frustrazione, ma che rievocano anche dolci ricordi e fungono da monito, come le “parole d’un tempo”, pronunciate da antenati i cui volti sono consumati dal sole e dalla fatica, per non dimenticare ciò che si è passato e da dove veniamo e farne un bagaglio, un bagaglio che ci accompagni nel viaggio che è la vita. E se Stanišić ha seguito la testarda nonna fino all’irraggiungibile Oskoruša, e quindi ha accettato il confronto con le origini, chi vi sta scrivendo non ha avuto lo stesso buon senso, quando, qualche anno fa, il nonno espresse il desiderio di andare nel villaggio di Razvođe, ai piedi del monte Promina, a 14km da Knin, il cui nome è tanto aspro quanto l’ormai citatissimo sorbo, da cui tutto ebbe inizio, da cui due fratelli, di cognome Jakovljević, decisero di andare a far fortuna sulla costa, a Sebenico. Ad accompagnarlo ci pensò suo figlio, padre del sottoscritto, che per quarantacinque minuti, nel caldo entroterra dalmata, guidò con un padre impaziente di arrivare a destinazione, di vedere coi propri occhi il luogo natale dei suoi avi. Caso volle che la prima persona che incontrarono nel villaggio si chiamasse come il nonno di mio nonno, Joso Jakovljević. Mi piace pensare che, seppur corto, pieno di tensione, di sudore, forse anche di noia, quello sia stato un degno viaggio tra padre e figlio e così, probabilmente, doveva andare – la mia presenza, evidentemente, non era necessaria veramente, lo sarà a tempo debito. Mio nonno, come nonna Kristina, non voleva però che mio padre o io vedessimo coi nostri occhi quello sperduto villaggio corroso dal sole e dalla bora per comunicarci qualcosa, no. Egli voleva semplicemente vedere coi propri occhi, avere in mente, ricordare e non avere il rimpianto di non aver tastato con mano la memoria dei suoi avi. È servito Stanišić, a distanza di anni dall’accaduto, per giungere a questa agrodolce epifania, per maturare, per smaltire il rammarico per la mancata visita a Razvođe, sotto la Promina, a Sud di Knin.

 

 

L’opera di Stanišić è, quindi, potenzialmente anche un grande ed efficace monito, che raggiunge il culmine con l’originale finale, che non è definito, perché Stanišić gioca col lettore, dandogli varie possibilità di scelta: se si decide di leggere una versione piuttosto che un’altra, si verrà catapultati in tutt’altra pagina, che a sua volta ci presenterà più scelte, le quali ci rimanderanno ad altre pagine e, infine, al finale, che altro non è che il risultato delle nostre azioni e delle nostre scelte. L’autore ci mette in mano la sua storia e ci dà la possibilità di cambiare (seppur nella finzione) il suo destino: prenderà Saša l’aereo per tornare a casa o tornerà indietro e farà un’ultima visita alla nonna, ormai prossima alla dipartita?

Mettendoci in mano il suo destino, Stanišić ci mette in mano anche il nostro.

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