“Siamo fatti di velluto”: uno sguardo sulla Cecoslovacchia del post 1989

17/11/2021Martina Mecco

… nessuno di noi ha le mani pulite, perdoniamoci a vicenda per ciò che ci siamo fatti, siamo fatti di velluto, siamo teneri, siamo migliori, tutto il mondo ammira i nostri fochisti, i nostri guardiani, i nostri spazzacamini.
(Tereza Boučková, Rok kohoutaL’anno del gallo)

I periodi di transizione sono tanto complessi quanto affascinanti, non solo in quanto centri di gravità attorno cui ruotano eventi che scompaginano la Storia, ma anche per la loro eredità futura.  Un caso emblematico e di cui si è scritto molto è quello della nostal’gija po SSSR (“nostalgia per l’URSS”), una condizione riguardante aspetti di carattere socioculturale e che è stata anche confermata da sondaggi effettuati su larga scala. Il motivo per cui molti russi oggi desidererebbero ritornare agli anni precedenti al crollo dell’Unione non è da ricercarsi in una qualche specie di “ignoranza storica”, ma piuttosto nelle drammatiche modalità con cui è avvenuta la transizione dal sistema sovietico a quello attuale. Mentre il gigante sovietico andava disgregandosi, anche negli stati satellite all’ora facenti parte del Patto di Varsavia iniziavano a comparire i primi segni di quello che sarebbe stato un difficile e lungo periodo di transizione, caratterizzato da speranze e insicurezze. Una delle domande fondamentali riguarda l’eredità del mondo sovietico: cosa rimane di indelebile e come fare i conti con quest’ultima?

 

La Rivoluzione di velluto e il ritorno alla democrazia

 

“Qualcuno ha notato che nella storia cecoslovacca per una misteriosa ricorrenza gli avvenimenti cruciali accadono ogni vent’anni, spesso in un anno che termina con il numero 8. Nel XX secolo, l’indipendenza e la sovranità del paese furono sancite nel 1918, e cancellate con il Patto di Monaco del 1938. L’avvento al potere del comunismo che segnava la fine della democrazia è del 1948, e il tentativo di dare al comunismo un volto umano fallì con l’arrivo dei carri armati sovietici nell’agosto del 1968. È vero, la Rivoluzione di Velluto del novembre 1989 si realizzò con un anno di ritardo, ma i suoi primi segnali furono invece puntuali.” (Michael Žantovský, Havel. Una vita)

L’allora Cecoslovacchia iniziò questa fase di liberazione sul finire degli anni Ottanta. Nonostante ciò, occorre fare qualche passo indietro, difatti il 1989 è un anno che si può assumere a riferimento per indicare la fine di una fase storica iniziata oltre vent’anni prima. Volendo dunque citare un’altra data, il 1968 ha rappresentato per i cecoslovacchi la fine di ogni libertà, nonché il fallimento di quel che si suole chiamare “socialismo dal volto umano” in cui la politica di Alexander Dubček si era impegnata a partire dal 5 gennaio dello stesso anno, quando era divenuto leader del KSČ (Partito Comunista Cecoslovacco). Nel periodo che intercorre tra l’elezione di Dubček e la notte del 20 agosto si registrano avvenimenti importanti nel paese, come la visita da parte del dittatore romeno Nicolae Ceaușescu. Un periodo in cui, citando la scrittrice Sylvie Richterová, “si credeva non nel comunismo, bensì nell’imbattibilità del sistema comunista.” La fine della Primavera di Praga ha, difatti, segnato un momento di definitiva disillusione per molti intellettuali che ancora credevano nel Partito e nella possibilità di costruire il “sogno comunista”.

 

 

L’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe dal Patto di Varsavia è ancora oggi un episodio centrale nella storia del Paese, la cui drammaticità viene spesso sottolineata in ambito letterario. Si prenda, ad esempio, un passo tratto da un romanzo iconico per molti come Nesnesitelná lehkost bylí (“L’insostenibile leggerezza dell’essere”) di Milan Kundera:

“Tereza riempì una quantità di rullini. Ne distribuì quasi la metà, ancora da sviluppare, ai giornalisti stranieri. Molte delle sue foto comparvero sui più diversi quotidiani stranieri: si vedevano carri armati, pugni che minacciavano, case distrutte, morti coperti da una bandiera bianca rossa e blu insanguinata, ragazzi in motocicletta che giravano attorno ai carri armati a velocità folle agitando bandiere ceche sopra lunghe aste, e giovani ragazze con minigonne incredibili che provocavano i poveri soldati russi, tenuti a digiuno di sesso, e baciavano davanti ai loro occhi soldati sconosciuti. Come ho già detto l’invasione russa non fu solo una tragedia, fu anche una festa dell’odio piena di una strana euforia che nessuno riuscirà mai a spiegare.”

 

Tutta la vicenda del Pražské jaro viene dipinta con un discorso a tratti ironico anche da Josef Škvorecký in Mirákl (“Il miracolo (racconto giallo su sfondo politico)”), dove i suoi rappresentanti vengono delineati come di pazzi irresponsabili, l’incarnazione di un momento storico assurdo. Con la fine del Pražské jaro si ebbe l’inizio di un periodo che viene comunemente definito con il termine “Normalizzazione”, in ceco anche con un’espressione più colloquiale come totalita, durante il quale la pressione di Mosca si intensificò concretamente con la presenza dell’esercito sul territorio. Difatti, seppure il KSČ avesse assunto il potere all’indomani del secondo conflitto mondiale e fossero state imposte le norme del realismo socialista, gli anni Sessanta avevano rappresentato un periodo di particolare distensione in diversi ambiti, da quello politico a quello culturale. La politica di Husák irrigidì i quadri del sistema e limitò in modo coercitivo ogni spiraglio di libertà che si era aperto negli anni precedenti.

L’aver citato gli avvenimenti legati al Pražské jaro non ha una funzione meramente nozionistica o di inquadramento. Difatti, l’eredità di quei mesi gravò pesantemente sul processo di ricostruzione dell’indipendenza. Lo stesso Dubček pareva inizialmente essere uno dei candidati più gettonati a rivestire la carica di presidente, nonostante gli errori commessi in passato. Il ruolo di primo, e ultimo, presidente della Cecoslovacchia spettò a Václav Havel. Per comprendere il motivo di questa decisione, anche in questo caso è necessario fare qualche passo indietro e inquadrare il ruolo che egli aveva ricoperto durante gli anni della Normalizzazione. Nato in una famiglia borghese se non addirittura alto-borghese, come affermato da Havel stesso all’inizio di Dálkový výslech (“Interrogatorio a distanza”), egli rappresenta la figura centrale di tutto il contesto del dissenso cecoslovacco. A tal proposito, fondamentale fu la stesura di Moc bezmocných (“Il potere dei senzapotere”), testo unanimemente considerato in termini di manifesto del dissenso stesso. All’interno dello scritto, Havel cerca di spiegare il significato del termine “dissidente” e di porre all’attenzione del lettore alcune problematiche già evidenziate nella lettera a Husák del 1975. Sulla lezione di Aleksandr Solženicyn, che in Žit’ ne po lži! (“Vivere senza menzogna!”) sostiene l’importanza della dedizione dell’uomo alla verità, Havel costruisce la sua teoria della “vita nella verità”, condizione esistenziale diametralmente opposta a quella possibile in un contesto ideologizzato come quello cecoslovacco dell’epoca. Il suo ruolo all’interno del dissenso fu fondamentale, nonostante gli anni trascorsi in prigione, esperienza da cui emerse l’opera Dopisy do Olze (“Lettere a Olga”).

 

 

Ritornando al fatidico 1989, l’anno che, come si è detto, rappresenta la fine del regime e la successiva riconquista di una libertà a lungo agognata, occorre dunque soffermarsi su alcuni aspetti evidenziati dallo stesso Havel. Riducendo all’osso gli eventi di quegli anni, il 17 novembre è la data in cui ha simbolicamente inizio la Sametová revoluce. Il Berliner Mauer era stato abbattuto meno di una decina di giorni e negli stati comunisti quest’avvenimento risuonò con uno sconquasso generale. In quella giornata era stata prevista una manifestazione studentesca in occasione della Giornata nazionale degli studenti, istituita a seguito dei tragici eventi che nel 1939 portarono alla morte di Jan Opletal e, successivamente, di altri nove studenti e docenti per mano delle forze naziste. In realtà, essa funzionò come una sorta di pretesto da parte delle organizzazioni studentesche più radicali per manifestare contro le condizioni a cui il Paese era ormai soggetto da quasi un ventennio con cori e striscioni anticomunisti. Questa manifestazione rappresentò la miccia che fece scatenare un processo per le autorità impossibile da controllare. La Sametová revoluce si estese oltre i confini della capitale, a Bratislava la Něžná revoluce – l’espressione slovacca per indicare la rivoluzione di velluto – si sviluppò con la formazione del Verejnosť proti násilu (Pubblico contro la violenza). La reazione degli intellettuali, che si erano riuniti nell’istituzione dell’Občanské Forum (Forum Civico, 1989-1991), fu in parte caratterizzata da uno sconvolgimento. L’Občanské Forum, infatti, non era nato con intenzioni politiche, ma di sensibilizzazione nei confronti della popolazione. Havel stesso parla di un gruppo di amici e artisti che si erano ritrovati all’interno di un contesto completamente estraneo, nonché curioso. Nessuno dei suoi membri, inoltre, era un politico o aveva una formazione di questo genere. L’ambizione al potere non era nemmeno uno dei principi che muovevano lo stesso Havel, che ben preso si trovò di fronte a piazze che urlavano a gran voce “Havel na hrad!” (“Havel al castello!”). Si legga quanto affermato allo stesso Havel in Prosím stručně (in italiano Un uomo al castello) in una delle risposte a Karel Hvížďala:

[…] nessuno di noi sapeva o poteva sapere che il sistema avrebbe cominciato a crollare così rapidamente e che il regime ci avrebbe offerto il potere quasi su un piatto d’argento. […] Dopo pochi giorni tutto era già cambiato. Si può quindi dire che la storia correva così velocemente che difficilmente riuscivamo a starle al passo.

La velocità con cui si evolsero gli eventi fu inaspettata, in un altro passaggio dell’opera viene rimarcato il fatto che questa cambiasse di ora in ora, quasi come se gli eventi sfuggissero al controllo. Già il 24 novembre gli esponenti del Partito, compreso il primo segretario di allora Miloš Jakeš, si dimisero. Il primo governo a maggioranza non comunista venne, invece, nominato il 10 di dicembre dello stesso anno. La svolta definitiva, che segna il momento di passaggio fondamentale, fu rappresentata dal 29 dicembre, il giorno in cui Havel divenne il primo presidente della Cecoslovacchia nuovamente liberata, posizione che gli viene riconfermata con le elezioni del giugno del 1990. La scelta di eleggere Havel a primo presidente della giovane Cecoslovacchia “post-comunista” colse impreparato lui stesso, che proprio in Letní přemítání (“Meditazioni estive”) afferma di essersi sentito impreparato a dover ricoprire la carica più alta dello stato. Lui stesso, all’inizio degli anni Ottanta in un’intervista affermava di non aver mai avuto l’ambizione di diventare un politico, ribadendo “sono uno scrittore, scrivo quello che voglio e non ciò che gli altri pretenderebbero che scrivessi […] prendo solo le parti della verità contro la menzogna, dell’intelligenza contro l’assurdo, della giustizia contro l’ingiustizia.” Non bisogna infatti dimenticare che Havel si inserì nel contesto socioculturale cecoslovacco nelle vesti di giovane drammaturgo, attività che praticò con intensità anche dopo il ’68. Le sensazioni provate da Havel dopo l’elezione potrebbero essere paragonate a quelle di T.G. Masaryk, primo presidente della Cecoslovacchia all’indomani dell’indipendenza dal controllo austro-ungarico nel 1918. In Hovory s T. G. Masarykem (“Conversazioni con T.G. Masaryk”) di Karel Čapek viene mostrata la complessità di ritrovarsi a ricoprire una carica di cui non si comprendono fin da subito le dinamiche – situazione ancor più complicata dalla necessità di formare in ogni suo aspetto un paese che aveva da poco raggiunto la sua indipendenza statale. Lo stesso Masaryk, che a sua volta non era un politico di professione bensì un sociologo, parla di un progressivo tentativo di comprendere che cosa significasse essere presidente di uno stato democratico. A dire il vero, la situazione che si ritrovò ad affrontare Havel non si discosta di molto da quella di Masaryk. In entrambi i casi, scemato l’entusiasmo iniziale, entrambi si trovarono di fronte a una situazione quanto mai delicata da gestire, a voler citare ancora Havel, “l’indipendenza non è uno status, bensì un processo”. In questo processo di ri-costruzione del Paese egli dovette fare i conti con una stratificazione sociale e politica che si era consolidata nei decenni precedenti. Da qui la scelta, ad esempio, di non sconvolgere completamente il sistema. Difatti, lo stesso Havel afferma come tanto l’Občanské Forum quanto il Verejnosť proti násilu fossero d’accordo sull’impossibilità di smantellare la Cecoslovacchia e ricominciare daccapo con la costruzione di un assetto statale completamente nuovo. Nel processo di affermazione di un’impostazione democratica dello stato concorse anche un altro problema. Dopo l’allontanamento di molti esponenti del Partito Comunista, una delle questioni più importanti fu quella riguardante la mancanza di personale specializzato, come ricorda Havel in Prosím stručně:

C’era una mancanza assoluta di persone adatte ai vari ruoli, abbiamo dovuto persuadere i musicisti rock, i traduttori, le presentatrici televisive, gli scienziati, gli scrittori, se non addirittura i nostri compagni di bevuta ad accettare qualche impiego.

 

 

 

Questo aspetto, naturalmente, fu uno dei motivi per cui molti di coloro che erano stati impiegati durante l’epoca della Normalizzazione vennero “reintegrati” nel nuovo sistema, sebbene Havel dichiari come ci fosse voluto del tempo per comprendere come lavorare a fianco di chi, invece, avrebbe dovuto essere stato allontanato. A questo si legava, inoltre, la difficoltà di distinguere e allontanare tutti quei “fieri comunisti” che avevano servito il regime con entusiasmo. Anche in questo caso, come affermato da Havel, si trattava di un processo ancor più complesso dato che la gran parte dei membri degli uffici pubblici, nonché gli esponenti, ad esempio, dell’Accademia delle Scienze, avevano avuto la tessera del Partito.

 

Una questione di identità

 

Accanto alla faccenda relativa alla costruzione di una nuova Cecoslovacchia democratica, un’altra delle questioni più spinose all’indomani dell’89 era quella che riguardava la Slovacchia. Paese che, come affermato da Pavel Vilikovský in Večne je zelený (“È sempre verde…”), si trovava al crocevia europeo della cultura. Questo, inoltre, presentava una storia particolarmente travagliata in fatto di indipendenza nazionale. Il compiersi del Rozdělení Československa (“Dissoluzione della Cecoslovacchia”, in slovacco: Rozdelenie Česko-Slovenska) del 1993, ovvero la divisione che venne definita dai media esteri in termini di Sametový rozvod (“Divorzio di velluto”), rappresentò la fine di un’identità comune che si era costituita nel 1918 con il governo Masaryk. A questo proposito si leggano le parole di Jáchym Topol in Citlivý člověk (“Una persona sensibile”):

Sali prima tu… Dai, ti apro lo sportello. Ragazzi, insomma, ora state un po’ tranquilli, sedetevi! Si va in Slovacchia, a casa!

A casa hai detto? Guarda che qui il cecoslovacco sei solo tu, vecchietto, continua Soňa, già seduta sul sedile.

Già, e non smetterò mai di dispiacermi per questa divisione dagli slovacchi. Ehi, io sarò cecoslovacco per sempre, invece i miei figli sono solo cechi. Come te. Com’è essere solo ceca? Non ti senti privata di qualcosa?

Perché dovrei?

La mia patria, nel profondo, rimarrà sempre la Cecoslovacchia, sbatte il pugno sul cruscotto, sputa del finestrino e suona il clacson.

Ma perché?

Perché ci sono abituato.

La questione dell’identità è quanto mai complessa. Lo stesso Havel ci riflette nei già citati Letní přemítání. Riprendendo le teorie del filosofo Jan Patočka (alla cui memoria lo stesso Havel dedica la stesura di Moc bezmocných) rispetto alla nozione di “mondo naturale”, Havel sviluppa un discorso che ha a che fare con l’identità cecoslovacca, sostenendone l’importanza e spigando i motivi per cui, a detta sua, non sarebbe dovuta avvenire la separazione. Una separazione di cui, però, oggi si può quasi riconoscere l’inevitabilità dettata dalle condizioni socioeconomiche dei due paesi. La questione si fa ancora più complessa se il discorso si focalizza sulla Slovacchia. Come affermato da Havel, solo chi vi avesse effettivamente trascorso del tempo avrebbe potuto comprendere l’avversione degli slovacchi nei confronti della sensazione di essere governati da terzi. Si può dunque ben intendere quanto pesasse sul popolo slovacco la centralizzazione del potere a Praga, il fatto – citando Havel – di sentirsi il “fratello debole” cresciuto all’ombra della capitale ceca. Il processo di divisione del paese viene descritto come lungo e complicato, soprattutto perché si trattava di frantumare un territorio che era stato connesso da quasi un secolo di storia condivisa, nonché da spinte e idee comuni. A questo di aggiunge la componente traumatica, che Havel sostiene essere stata più sentita soprattutto dai cechi, nei quali era profondamente radicata l’idea di essere “due rami di un unico popolo”. Un trauma che, però, è stato in parte oggi superato, anche grazie al tipo di rapporti che si sono creati tra i due paesi, a detta di Havel “i migliori nel corso della storia”.

 

Cosa resta per lo sguardo?

 

Nonostante la Repubblica Ceca e la Slovacchia siano oggi due realtà statali integrate all’interno dello scenario socioculturale europeo occidentale, l’eredità degli anni sotto il controllo sovietico non è scomparsa e si mostra ancora agli occhi degli osservatori più attenti. Sono infatti ancora tangibili molti elementi che rimandano agli anni del regime comunista. Basti pensare a una città come Praga, oggi divenuta una delle mete più gettonate dai turisti per il fascino del suo centro storico, dal Karlův Most al Cimitero ebraico, e dei quartieri liberty come Vinohrady. Lontano dalle attrazioni turistiche è possibile trovare luoghi dove gli scenari architettonici potrebbero far quasi pensare che il tempo si sia fermato. Senza ora pretendere di presentare un quadro esaustivo delle tracce che gli anni del comunismo hanno impresso nell’architettura praghese, si vedano alcuni esempi visibili ancora oggi. A Bubeneč, ad esempio, si può scorgere l’Hotel International, situato sulla Koulová ulice. L’edificio, inaugurato nel 1957, presenta una struttura che ricorda in modo molto fedele quella delle Stalinskie Vysotki moscovite, a cui è ispirato anche il noto Pałac Kultury i Nauki di Varsavia. Anche gli interni, inoltre, richiamano molto il gusto dell’arredamento sovietico.

 

 

Passeggiando per quartieri periferici come Bohnice, Chodov, Hostivař, Vršovice o, ancora, Lužiny, si possono ammirare diversi paneláky, sebbene non siano molti quelli a essere rimasti nelle loro condizioni originali. Il panelák rappresenta un tipo di architettura di ispirazione sovietica che all’indomani del crollo del comunismo non è stata più adottata (fatta eccezione, ad esempio, per un complesso abitativo come quello di Velká Ohrada, situato nella parte sud-ovest della città, la cui costruzione si concluse nel 1993). A proposito dei paneláky, si esprime sempre Havel nel già citato Letní přemítání. Egli afferma che questi giganti dell’edilizia non sarebbero stati più costruiti in futuro, in quanto l’architettura avrebbe dovuto rispettare un tipo di scala a misura d’uomo. Inoltre, il discorso di Havel assume dei tratti di stampo ecologico, rifacendosi alla necessità di ritrovare il rispetto nei confronti della natura, aspetto rimarcato anche in un altro scritto minore dal titolo Politika a svědomí (“La politica dell’uomo”). Un altro luogo in cui si percepisce ancora oggi l’influenza che l’Unione sovietica ebbe su Praga dal punto di vista architettonico è la stazione della metro Anděl. Ambientazione del romanzo di Topol del 1995 dal titolo Anděl (“Anděl. La fermata dell’Angelo”), presenta una struttura e una scelta decorativa che richiama molto la metropolitana moscovita. Non a caso, furono proprio degli architetti di Mosca a progettarla e, in passato, portava il nome di Moskevská (“Moscovita”). Inoltre, nell’entrata sud fu collocata una scultura in bronzo in cui vennero affiancate le scritte Moskva e Praha come simbolo del profondo rapporto tra le due città.

 

 

Altrettanto importante è, inoltre, la questione legata ai monumenti, sebbene dopo il crollo del regime la capitale sia stata ripulita di tutte le statue o sculture commemorative che potessero riferirsi agli anni della totalita. Nonostante ciò, due casi sono particolarmente interessanti. Il primo è quello legato all’opera di David Černý Růžový tank (“Il carro armato rosa”). Difatti, nell’agosto del 1991 non era ancora stato rimosso dal quartiere di Smíchov il Tank číslo 23 (il carro armato n. 23), posto nel 1945 per commemorare l’aiuto dell’armata rossa nella liberazione dall’occupazione nazista. Mosso da un intento polemico e dissacrante, Černý decise di dipingerlo di rosa, azione che non solo causò diversi problemi all’artista, ma scatenò anche numerose discussioni tra i membri del governo. Un altro monumento, la cui immagine è ancora oggi molto vivida nella memoria dei praghesi e che vive anche in coloro che non lo videro nel concreto, è lo Stalinův pomník (“Monumento a Stalin”) di Otakar Švec, che dal 1955 al 1962 occupò lo spazio su cui oggi è posizionato il metronomo di Vratislav Novák. Questo colosso di granito, che al tempo della sua inaugurazione vantava il primato di essere il più grande d’Europa, si è ritagliato un suo posto all’interno della cultura pop contemporanea. Nel 2018 il regista Viktor Polesný ha realizzato il film per la televisione Monstrum, dove viene ripercorsa la vicenda della sua costruzione, mostrando tutti i paradossi dell’epoca e le difficoltà che dovette affrontare lo scultore Švec, tra l’altro formatasi tra le fila dell’avanguardia. Inoltre, alla base del metronomo è oggi presente il centro culturale “Stalin” che organizza eventi come serate di musica elettronica o proiezioni cinematografiche per i giovani della città.

Anche una città come Bratislava offre luoghi la cui architettura e storia rimandano al passato recente. Ad esempio, il Most Slovenského národného povstania (Ponte dell’Insurrezione nazionale slovacca) inaugurato nel 1972 che, dopo essere stato ribattezzato “Nový Most” nel 1993, ha riacquisito il suo nome originale a partire dall’agosto del 2012. Il ponte, costruito a partire dal 1967, era stato progettato per collegare il centro di Bratislava al quartiere di Petržalka situato nella parte occidentale della città, dove, lungo il Chorvátske rameno (“Canale croato”), vennero stati costruiti degli imponenti paneláky nel corso degli anni Settanta. Interessante è come la scrittrice e giornalista croata Dubravka Ugrešić parli in Europa u sepiji (“Europa in seppia”) proprio del ponte:

Il Ponte dell’Insurrezione nazionale slovacca è un monumento del periodo comunista. Assomiglia a un gigantesco robot con due gambe e una testa a forma di pirofila. In cima c’è un ristorante girevole. Con dell’anatra arrosto nel piatto e la testa tra le nuvole, un comunista slovacco poteva, suppongo, credere di avere tutti il mondo in un palmo di mano. […] Il ponte di Bratislava ha cambiato nome e adesso si chiama semplicemente Ponte Nuovo. Ambizioso messaggio di un futuro moderno, il ponte porta al vecchio, sonnolento centro storico, dove ad attendere il visitatore c’è il monumento a cavallo di Maria Teresa, commovente nella sua piccolezza.

Il ponte, che congiunge le due rive del Danubio, è stato anche al centro della campagna del nuovo sindaco della città, Matúš Vallo. Con la sua singolare asimmetria, sottolineata dal ristorante UFO cui accenna Ugrešić, e il forte contrasto con la parte vecchia della capitale rappresenta ancora oggi uno dei monumenti della cultura nazionale.

 

Eredità e contesto culturale

Per quanto concerne il contesto letterario e cinematografico, anche in questo caso è possibile riflettere sull’eredità che gli anni sovietici hanno avuto su tutta quanta la produzione culturale successiva. Partendo da quello strettamente letterario, è innanzitutto importante delineare gli effetti che l’economia di mercato ebbe soprattutto sulla produzione e sul consumo del libro in quanto oggetto. Con il crollo del regime si vanificarono anche le strette maglie della censura, che si erano allentate solo nello spiraglio degli anni Sessanta. Non solo vennero pubblicati nuovi libri, ma anche edite tutte quelle opere che fino ad allora erano circolate unicamente in forma di samizdat o che erano state pubblicate in delle case editrici nate all’estero, come nel caso di 68 Publishers, fondata da Škvorecký a Toronto.

Accanto alla ri-scoperta di opere soggette alla censura si fecero largo anche nuovi esponenti del panorama letterario, non in modo sempre semplice. Uno dei più interessanti tra gli scrittori emersi in questi anni è Michal Viewegh, che nel 1992 esordisce con il romanzo Báječná léta pod psa (“Quei favolosi anni da cane”). Il romanzo, sul modello de Il mondo secondo Garp di John Irving, narra le vicende del giovane Kvido, al tempo stesso, la condizione della famiglia ai tempi della normalizzazione. La rielaborazione del recente passato cecoslovacco contenuta nel libro è ricca di elementi ironici e ribaltamenti cabarettistici che filtrano l’orrore e la drammaticità di quel periodo. A questo si aggiunge anche il continuo dialogo che l’autore realizza, in chiave postmodernista, con la produzione letteraria ceca novecentesca, da Kundera a Kohout. Sempre Viewegh riflette sul panorama letterario del paese all’indomani della rivoluzione di velluto e in un intervento dal titolo (Českým) spisovatelem snadno a rychle (tradotto col titolo “Come diventare uno scrittore (ceco) in quattro e quattr’otto”):

Nel 1989 […] il regime comunista è caduto e davanti al nostro lettore è, praticamente all’improvviso, apparsa un’offerta infinita e variegata di modi di organizzare la propria vita, nuove filosofie, stili di vita alternativi, investimenti assicurati, soggiorni di studio, droghe leggere e pesanti, sport estremi, diete e religioni americane, telefoni cellulari, giochi elettronici, viaggi esotici, riviste colorate e programmi televisivi. Tutte cose che hanno portato a un naturale deflusso dell’interesse nei confronti non solo dei libri, ma anche degli scrittori. […] Allo scrittore ceco è stata tolta la funzione di eroe nazionale e gli è stata ritirata la delega che gli avrebbe permesso di continuare a rappresentare la coscienza nazionale; dalla posizione di generale che muove le leve della Storia è stato degradato a quella di soldato semplice, di colui che racconta delle storie. La letteratura ha smesso di essere un surrogato del mondo. Il libro, che ancora poco tempo fa rappresentava un oggetto di culto, si è trasformato in un oggetto comune […]. La lettura ha smesso di essere un rituale magico, la ricerca di allusioni politiche nascoste con abilità, ed è diventata un’attività umana piuttosto banale, uno dei tanti moti in cui è possibile trascorrere, in modo abbastanza piacevole, il tempo libero.

A partire dagli anni Novanta, però, si fece sempre più impellente la necessità degli intellettuali di rielaborare il passato attraverso la scrittura, questo lo si osserva in particolare tra coloro che sono emersi nella scena letteraria dopo il crollo del regime, come testimonia per l’appunto un romanzo come Báječná léta pod psa. Questo tipo di atteggiamento adottato dai contemporanei non riguarda, chiaramente, solo la questione comunista, ma si estende anche ad altri momenti cruciali, per quanto tragici, della storia cecoslovacca. Si pensi, ad esempio, alla rielaborazione degli anni dell’occupazione nazista in romanzi come Němci (“I tedeschi”) di Jakuba Katalpa o Peníze od Hitlera (“I soldi di Hitler”) di Radka Denemarková.  Nel panorama letterario europeo si può pensare a Café Europa. Life after Communism della scrittrice e giornalista croata Slavenka Drakulić come a un prototipo di questo tipo di sguardo su un passato che, sebbene si tenda a volerlo relegare quanto più lontano dal presente, sopravvive nel letterario come nel quotidiano. Sebbene non esista un corrispettivo ceco di un testo come quello di Drakulić, è comunque possibile ritrovare diversi testi in cui l’elemento del passato ritorna a interrogare il presente.

 

 

Questa necessità di recuperare il passato attraverso la letteratura è, in particolare, sentito dalla generazione figlia di coloro che avevano firmato la famosa Charta 77 – e che in molti casi l’aveva firmata a sua volta. Innanzitutto, l’esempio già citato di Jáchym Topol. Figlio del drammaturgo e chartista Josef Topol, firmò anch’egli Charta 77 all’età di soli sedici anni entrando ufficialmente tra le file dei dissidenti, scelta che gli costò non pochi problemi sul piano pubblico, causandogli impedimenti, ad esempio, nell’ambito dell’istruzione. Oltre ad essere uno dei protagonisti della rinascita del giornalismo “libero” con il giornale “Revolver Revue”, egli è anche autore di romanzicome Noční práce (“Lavoro notturno”) o Kloktat dehet (letteralmente “Gargarismi al catrame”, ma edito Einaudi col titolo “Artisti e animali nel circo socialista”). Specialmente nel secondo, dove il protagonista è un bambino che non ha mai avuto un contatto con il mondo reale, avviene un chiaro recupero del passato comunista, inserendolo in un’ambientazione sospesa e, paradossalmente, fuori dal tempo. L’opera più rappresentativa di Topol nei confronti degli anni Novanta è, però, Sestra (“La sorella”). Ancora privo di una traduzione italiana, si tratta romanzo generazionale di ampio respiro in cui la vicenda del protagonista Potok si inserisce ampiamente all’interno dell’atmosfera di quegli anni. Questo, venne definito da Ivan Klíma, autore chiave del secondo Novecento, come un tentativo di esprimere attraverso una prospettiva individuale i sentimenti di un’intera generazione. Impiegando il virtuosismo linguistico che caratterizza la sua prosa, Topol riesce a mostrare inquietudini, speranze e delusioni di una generazione sospesa tra due mondi divisi dalla Sametová revoluce. I temi che interessano a Topol sono strettamente legati a quegli anni, accanto agli stravolgimenti dell’avvento dell’economia capitalista si trovano raffigurate scene che hanno a che fare con la “vita di strada” che già si osserva in Anděl. Sempre nel 1994, l’anno della pubblicazione di Sestra, il gruppo undeground Psí vojáci, il cui frontman era il fratello Filip Topol, realizza un album omonimo con testi scritti dallo stesso Jáchym. Affascinante è l’immagine di Praga data da Filip, che nelle sue brevi prose la descrive come un bellissimo deserto, nonché una costellazione di isole dove l’uomo può illudersi. I brani degli Psí vojáci, che si esibirono proprio con i brani di Sestra nell’estate del ‘94 a Bratislava, compongono la colonna sonora del film di Vít Pancíř tratto nel 2008 dal romanzo omonimo.

 

A questo proposito, il cinema è uno dei contesti in cui viene ancora oggi indagato il passato comunista del paese. Primo tra tutti, il film Kolja di Jan Svěrák del 1996. Questo, nonostante in Italia non abbia ancora incontrato la necessaria ricezione, presenta la società cecoslovacca negli ultimi anni del regime con uno sguardo che parte dal basso. La storia, infatti, ha come protagonista František Louka, ex-musicista di quella che oggi porta il nome Česká filharmonie (Orchestra Filarmonica Ceca) interpretato da Zdeněk Svěrák. La pellicola mostra scene e difficoltà quotidiane, in un’ambientazione che, ormai, non è solo che un vivido ricordo per i praghesi. Dai lavoretti “per arrotondare” ai controlli dell’StB, viene mostrato in modo tangibile gli aspetti di una società che ancora non sospettava i risvolti del novembre dell’89. L’altro tema è quello che riguarda la questione dei rapporti con l’URSS, sviscerato nel rapporto che si viene a formare tra Louka e il giovane Kolja, bambino russo avuto in custodia dopo un finto matrimonio avuto con una donna russa che, dopo la cerimonia, fugge oltrecortina nella BDR. Accanto ad aspetti che riguardano la sfera affettiva, si sviluppa tutto un discorso basato sul binomio lotmaniano di svoj-čužoj, vale a dire io-altro, dove le due componenti in gioco sono appunto quella cecoslovacca e quella russa. Inoltre, la qualità del film sta anche nell’inserimento di filmati dell’epoca e da alcuni luoghi o eventi che vengono coscientemente selezionati. Una delle scene chiave, ad esempio, si svolge proprio all’allora fermata Moskevská. Nelle scene finali si assiste anche a una Václavské náměstí gremita di gente nei giorni della Sametová revoluce.

A conclusione di questo excursus, si torni quindi al 1989, l’anno in cui in Cecoslovacchia si sono innescati due processi tra loro opposti. Da una parte il rapido sgretolamento di un assetto sociale di stampo sovietico che opprimeva il paese da oltre quarant’anni. Dall’altra la lenta e complessa ri-costruzione di nuovi sistemi, in cui il passato assume una presenza chimerica. Indagarne le fattezze è dunque un’azione necessaria e, soprattutto, possibile secondo diverse modalità, dall’atto della scrittura all’osservare i profili dei paneláky in cemento armato che spiccano nelle vie delle città, sebbene oggi molti di questi siano decorati con colori sgargianti. In conclusione, citando ancora Richterová, il passato c’è sempre, fa parte di noi, e occorre elaborarlo per essere liberi. È un processo di alchimia e la coscienza non si elabora in ordine cronologico.”

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