La voce e la terra delle Lauluima e la lingua madre dei Seto

Un racconto scritto da Maria Chiara Calvani durante la residenza d’artista “Okuko” curata da Edina Csüllög, presso Atelier Gallerie (Obinitsa), Estonia, luglio-agosto 2021.

 

Il parco dedicato ad Hilane Taarka e alle tante Lauluima del territorio di Obinitsa

 

Durante la residenza d’artista “Okuko”, presso il paese di Obinitsa, un villaggio estone al confine con la Russia nella regione di Setomaa, ho fatto conoscenza con Kauksi Ülle, una poetessa con radici Seto la cui ricerca poetica è espressione della sua cultura di origine.

 

I Seto sono un gruppo etnico minoritario che da millenni popola questa regione divisa a metà tra la Russia e l’Estonia (che ha amalgamato le proprie radici slave a quelle ugro-finniche estoni). Ülle mi spiega che per la maggior parte degli estoni la lingua seto viene considerata una specie di dialetto, ma gli abitanti la rivendicano come vera e propria lingua madre, frutto di mescolanze linguistiche e culturali che hanno contribuito nel corso della storia a modellarla e a definirne l’identità.

 

Ülle scrive poesie in lingua seto da quando era bambina, da quando, racconta, la sua insegnante delle elementari la scoraggiava a scrivere perché a suo dire non adatta alla poesia. Ülle non poteva dare ascolto alla maestra perché dentro al suo corpo e alla sua memoria stava germogliando giorno dopo giorno un linguaggio prezioso, quello con cui sua nonna le raccontava le fiabe, le cantava le canzoni in un attento passaggio di saperi che come un dono si trasmette tra generazioni. Ho chiesto ad Ülle di dedicarmi un po’ del suo tempo e di insegnarmi alcune parole in seto.

 

Alcuni giorni prima dell’incontro con lei, ho iniziato ad appuntare su un quaderno una lista di parole di cui mi interessava avere la traduzione. Parole che mi suggeriva il luogo, la campagna intorno alla località di Obinitsa dove stavo soggiornando, termini legati alle emozioni che stavo vivendo in quel momento.

Atelier Gallerie (Obintsa)

 

Il nostro incontro è avvenuto nell’Atelier Gallerie, uno spazio confiscato ai suoi proprietari e riadattato a diverse funzioni durante l’occupazione sovietica, poi abbandonato, che Ülle e il suo compagno Evar (scultore e portatore motivatissimo della cultura Seto) hanno recuperato e contribuito nel tempo a far diventare un luogo accogliente per studiosi e visitatori interessati alla loro cultura. Uno spazio in cui si vive l’atmosfera di una dimensione domestica accogliente, ma non privo di episodi in cui il concetto di famiglia si allarga a quello di comunità. C’è una sala allestita con panche di legno dove Ülle ed Evar possono cantare le loro canzoni, leggere le loro poesie, suonare ed aprire al pubblico le danze, presentare i loro libri. 

 

Un luogo di intensa produzione culturale in un contesto, quello del villaggio di Obinitsa, dove tutti gli abitanti custodiscono profondamente la loro memoria ed ognuno con le proprie capacità si è dato il compito di trasmetterla. Un tessuto sociale vero e proprio (dai curatori museali, ai ristoratori, alle donne depositarie di fiabe e canti) attento a tramandare la propria storia in modo accurato, senza tralasciare alcun dettaglio: qualcosa che stupirebbe chiunque si trovasse a visitare questo luogo, dove parlare di cultura ha lo stesso senso di condividere il cibo insieme. L’Atelier Gallerie è un posto in cui è impossibile non accorgersi della presenza del passato, che ti osserva attraverso i volti degli avi Seto nelle foto poggiate sui mobili e sul pianoforte a parete. Fotografie in bianco e nero dei padri e delle madri che li hanno preceduti e che hanno portato quella cultura antica come fanno loro con me e con altri visitatori. Un luogo in cui, giorno dopo giorno, il vaso che ospiterà i fiori raccolti nel giardino o in campagna verrà rabboccato d’acqua fresca la mattina da Ülle, e dove lo sciroppo di sambuco verrà servito assieme a qualche biscotto o dolce ai frutti di bosco e alla panna acida.

 

 

Atelier Gallerie (Interno)

 

 

È una giornata di metà luglio, un caldo insolito per il clima estone, mi dice Evar. Mi siedo al tavolo e mostro a Ülle il quaderno con la lista delle parole scritte in inglese sulla colonna di sinistra. Il resto della pagina è bianco, in attesa di essere riempito dall’elenco delle medesime parole tradotte prima in estone e poi in seto. Man mano che Ülle traduce e scrive, mi accorgo che alcune parole in lingua seto si avvicinano alle loro corrispondenti in lingua estone, sia nel modo in cui vengono scritte sia nella pronuncia, che Ülle non manca mai di spiegarmi. Altre, invece, differiscono completamente. Per esempio la parola farfalla, in estone “liblikas”, in seto è “liblik” (molto simile), invece betulla in estone è “kask” e in seto “koiv”, completamente diversa!. Ülle si ferma un istante per dirmi che sua figlia si chiama sole, che in seto è Päiv ed in estone Päike. Terra è sempre “Maa”, sia in seto che in estone. Dice che la parola “lupo”, che in estone si scrive e pronuncia “hunt”, ha radici tedesche (c’è stata una fortissima presenza della cultura tedesca nel corso dei secoli in Estonia – da qui si spiega perché moltissime parole hanno anche radici germaniche), invece “susi” in seto prende dalle radici ugro-finniche. 

 

Quando arriviamo alla parola comunità, Ülle scrive la sua corrispondente in estone “kogukond”, si ferma un poco, riflette e poi mi dice che questa parola in seto non esiste. Come può essere, mi chiedo? Un gruppo così coeso, che lotta per preservare la sua identità come una vera e propria comunità in battaglia contro l’omologazione linguistica, non ha questa parola nel suo vocabolario? Alcune parole, dice Ülle, non può tradurle perché hanno un termine specifico per diversi contesti, per ogni contesto esiste un termine corrispondente (dunque anche per comunità sarà così penso io). In questa cultura ancora viva e praticata ci sono delle sfumature legate all’essere comunità che definiscono, arricchendoli, i significati del fare azioni insieme. Ülle dice che solo attraverso la poesia potrebbe dare le definizioni di alcuni termini. Si ferma e legge: pranzare insieme; esclama: “Sono veramente triste di non riuscirti a spiegare bene i significati di queste parole, potrei parlartene per ore ma purtroppo ho frequentato una scuola in cui l’insegnamento dell’inglese non esisteva e così nel corso della mia vita non sono riuscita ad impararlo così bene da poter spiegare in modo approfondito  ed esaustivo certi concetti”. Però prova a spiegarmi che per la parola festa che in estone si dice “pidu” ricorda almeno cinque termini e li appunta sulla colonna della lingua seto. Kirmaas per esempio è la festa che si fa in chiesa per celebrare un santo o un particolare evento legato al calendario religioso ortodosso. La regione Setomaa è l’unica regione dell’Estonia in cui si pratica il culto religioso ortodosso. Come accennavo all’inizio, il popolo ha radici slave e si è portato dietro riti e miti di quella cultura sia pagana che religiosa.

 

Invece il termine “Haaq” si usa per la festa del matrimonio. Dice che musika è una parola nuova, invece la parola antica che indica la musica in seto è “Haal” o “Aan”. È la melodia, il sussurro, il suono onomatopeico che esce dal corpo quando si vuole esprimere la prima emozione ed entrare in una condizione di leggerezza che solo appunto la musica può restituire (penso io).

 

 

Invece per “danza” ci sono due termini: la danza femminile, che si scrive “Kargus”, che deriva dalla parola saltare (“kargama”) ed è legata alla danza che le donne facevano una volta per far girare la pietra che riduceva il grano in farina. Era una vera e propria danza che si eseguiva disponendosi in cerchio e girando con un certo ritmo, dettato anche dalla sintonia del gruppo che in quel momento performava intorno alla macina. Invece il termine maschile si scrive “kasatsk” (come in Russia) e viene dalla danza dei cosacchi.

 

 

Per la parola rito, Ülle mi ripete sempre: “Dipende dal contesto”. La frase “lavorare la terra” si scrive “Maad tegema” in seto, “harima” in estone. “Scambiarsi idee” in seto si scrive “margosid vaeldama”. Ülle ci tiene a dire che la parola “marg” significa ornamento, come se le idee fossero qualcosa di concreto: un disegno o un ricamo di quei tanti arabeschi simbolici ricamati sui teli che si mettono a coronamento delle icone dei santi. Dice che il termine idea in seto nasce da ornamento.

 

 

Per piangere  c’è una parola specifica: “itk” che è anche la parola legata ai canti e alle lamentazioni funebri che si fanno da millenni in onore dei morti.

Il lamento “itk” in occasione del funerale si chiama “Kuuljaikk”

 

In riferimento a questo termine, “itk – lamento”, Ülle mi descrive uno specifico rituale che da secoli si pratica in questo territorio prima del matrimonio, il suo nome è “la morte della sposa”. La futura sposa, circondata dalle amiche, si inchinava di fronte alla madre, la voce singola (a volte della sposa ma altre volte la voce leader può essere di una delle amiche) è seguita dalle voci del coro delle donne che la affiancano; tutto il gruppo canta e contemporaneamente si china verso la madre seduta in una sorta di trono che in silenzio assiste. La pratica rituale si ripeteva per tutto il giorno; molto spesso le amiche potevano intonare inventando strofe nuove legate al rapporto madre figlia e alla vita familiare della ragazza da nubile sulla stessa tonalità del lamento.

 

 

 

Foto dell’Ikuratt (museo delle Lauluima, Obinitsa)

 

 

 

Durante il rito la sposa, vestita modestamente, aveva sempre in mano un fazzoletto ricamato, l’“ikuratt”, con cui si copriva la bocca durante il canto. Questo fazzoletto serviva per proteggere la sua vulnerabilità dalle magie nere   durante tutto il rito del matrimonio.

 

 

 

“La morte della sposa”, foto antica del rituale (museo delle Lauluima, Obinitsa)

 

 

 

Di canti legati al rituale “la morte della sposa” esiste una corposa sezione dell’enciclopedia elaborata da Jakob Hurta, un antropologo, linguista e pastore protestante estone che durante i primi del novecento organizzò spedizioni in tutte le regioni dell’Estonia, ma si soffermò nella ricerca in particolar modo nella regione di Setomaa. Aveva scoperto che qui, proprio nel villaggio di Obinitsa, c’erano delle donne con delle voci la cui forza aveva varcato i confini della regione. Volle venire a far visita a queste “Lauluima” capacissime per ogni occasione di introdurre delle varianti narrative sui temi melodici consolidati, dotate di una voce potente e di un’incredibile invenzione narrativa.

 

 

Le voci di Hilane Taarka, Miko Ode, Martina Iro ed Anne Vabarna risuonano ancora tra le zolle della terra arata, nel fruscio della segale matura, nel suono delle betulle che si flettono al vento dell’estate e dell’inverno. I loro volti sono presenti negli scatti fatti dal fotografo Armas Otto Aapo Väisänen e nelle sculture che lo scultore Alpo Sailo immortalò in ritratti in bronzo oggi esposti al museo delle Lauluima di Obinitsa. A loro sono dedicate le pietre installate nel Parco delle madri del canto con incisi i loro nomi. Pietre silenziose che osservano il passare del vento freddo dell’autunno e dell’inverno e coperte dalla neve riposano nei mesi invernali e attendono l’arrivo dell’estate e quei giorni lunghissimi in cui il sole non tramonta mai, dove il canto ai loro tempi si distendeva lento nelle azioni quotidiane del lavoro duro nei campi, della cura della prole, della preparazione dei cibi, nella raccolta dei frutti del bosco, del lamentare dei cari defunti.

 

 

Nella foto: Hilane Taarka e Miku Ode (museo delle Lauluima, Obinitsa)

 

 

 

A loro sono dedicati tanti seminari che la comunità organizza invitando etnologi, musicologi ed antropologi a riflettere sui significati dei motivi narrativi, sui riti a cui sono ispirati, ad insegnare le linee melodiche complesse ai molti che vogliono apprenderli per poterli a loro volta tramandare ed insegnare.

 

 

Tre giorni di workshop sui canti e la cultura Seto – Lelo, (località Saatse)

 

 
Le antologie con i canti trascritti da Jakob Hurta

 

 

Si  sente che questa pratica così profondamente femminile, che viene tramandata di generazioni in generazioni da nonne a nipoti, come ha fatto la nonna di Ülle con lei e che lei farà con le sue nipoti a sua volta, è qualcosa di fortemente radicato a questa terra e a coloro che la abitano. I cori femminili sono numerosissimi e portano avanti con fierezza la tradizione performando i canti originali e riadattandoli alle occasioni che vive la comunità sulle stesse melodie di quelli antichi. Queste melodie continuano a vivere nei loro corpi e nelle loro voci attraverso uno studio quotidiano attento ed accurato. Ho potuto partecipare a qualche prova di questi gruppi di “lauluima contemporanee”, ascoltarle cantare, provare anche per poco ad unire la mia voce alla loro. Dopo alcuni giorni dall’incontro con Ülle, è stata lei stessa a farmi assistere a qualche prova  di canto organizzata dalle  “portatrici della lingua madre seto” che cononscono profondamente le loro antenate e sono attente a trovare nelle giovani nuove tonalità vocali, nuovi timbri e  un rinnovato desiderio a cui poter passare questo dono prezioso. Quelle parole  scritte nel mio diario e che Ülle mi traduceva sono diventate esperienza e apprendimento. Materia viva e non solo cultura immateriale preziosamente conservata, perché ancora in questa terra è presente il sacro ed è vivo il rito che lega le azioni del quotidiano e da ad esse un senso. 

 

Così, sempre accompagnata da Ülle ed Evar, ho potuto assistere al Kirmas in onore di Santa Paraskeva; in un piccolo cimitero di Saatse a due passi dal confine con la Russia dove si ricordano i morti condividendo il cibo tra amici parenti ed amici di amici. Non dimenticherò mai quella mattina di fine luglio a bere  vodka con Merit sulla tomba del suo amore, non scorderò il momento in cui ho versato un po’ del liquore buono sulla terra per condividerla con lui. Le betulle si muovevano piano nel vento leggero dell’estate, il tintinnio delle foglie si mescolava alle storie narrate da quelle genti in russo, in estone, in seto. Dopo la celebrazione e il pranzo alcuni gruppi di donne ricominciavano a cantare per dare di nuovo vita alle loro radici come in un canto infinito che lega i vivi ai morti, le stagioni passate a quelle seguenti in un flusso vitale costante in questa terra madre che protegge ancora l’umano.

 

 

 

 

 

 

 

 

English text:

 

 

During the “Okuko” artist residency in the town of Obinitsa, an Estonian village on the border with Russia in the Setomaa region, I met Kauksi Ülle, a poet with Seto roots whose poetic research is an expression of her culture of origin.

 

The Seto are a minority ethnic group that has has been living in this region for millennia. A region which is divided in half between Russia and Estonia (which has amalgamated its Slavic roots with Estonian Finno-Ugric roots). Ülle explains to me that by most Estonians, the seto language is considered a kind of dialect, but the Seto claim it as a real mother tongue, the result of linguistic and cultural mixing that have contributed over the course of history to shape and define its identity.

 

Ülle has been writing poetry in Seto language since she was a child, since, she says, her elementary school teacher discouraged her from writing because she said she was not suited to poetry. Ülle could not listen to the teacher because a precious language was sprouting day after day inside her body and memory, the one with whom her grandmother told her fairy tales, sang songs to her in a careful passage of knowledge that as a gift is transmitted between generations. I asked Ülle to dedicate some of her time to me and teach me some seto words.

 

A few days before the meeting with her, I started writing down in a notebook a list of words of which I was interested in having the translation.

 

Words that suggested the place, the countryside around the town of Obinitsa where I was staying, terms related to the emotions I was experiencing at that moment.

 

Our meeting took place in the Atelier Gallerie, a space confiscated from its owners and adapted to various functions during the Soviet occupation, then abandoned and that Ülle and her husband Evar (a sculptor and highly motivated witness of the seto culture) have reclaimed  and  -over time – transofrmed into a welcoming place for scholars and visitors interested in their culture. A space iwith the welcoming  atmosphere of a household but not without episodes in which the concept of family expands to that of community. There is a room set up with wooden benches where Ülle and Evar can sing their songs, read their poems, present their books and dance together. A place of intense cultural production in a context, that of the village of Obinitsa, where all the inhabitants care deeply about their memory and each with their own abilities has given themselves the task of transmitting it. A dense  social net (from museum curators, restaurateurs, women custodians of fairy tales and songs) mindful of handing down its history accurately, without neglecting any detail. This is something that would surprise anyone visiting this place where talking about culture has the same sense as sharing food together. The  Atelier Gellerie is a place where it is impossible not to notice the presence of the past that observes you through the faces of the Seto ancestors in the photos placed on the furniture and on the piano on the wall. Black and white photographs of the fathers and mothers who preceded them and who brought them that ancient culture as they do with me and other visitors now. A place where every day, the vase that will host the flowers collected in the garden or in the countryside will be refilled with fresh water every morning by Ülle and where the elderberry syrup will be served together with some biscuits or sweets with berries and sour cream.

 

It is a day in mid-July, an unusual heat for the Estonian climate, Evar tells me. I sit at the table and show Ülle the notebook with the list of words written in English in the left column. The rest of the page is blank waiting to be filled with the list of the same words translated first into Estonian and then into Seto. As Ülle translates and writes, I notice that some words in Seto language get closer to their Estonian counterparts both in the way they are written and in the pronunciation that Ülle never fails to provide. Others, however, differ completely. For example the word butterfly in Estonian “liblikas” in Seto is “liblik” (very similar), while birch in Estonian is kask in Seto Koiv, completely different! Ülle stops for a moment to tell me that her daughter is called Sun, which is Päiv in Seto and Päike in estonian. Earth is always “Maa” in both Seto and Estonian.

 

She says that the word wolf, which in Estonian is written and pronounced “hunt”, has German roots (there has been a very strong presence of German culture over the centuries in Estonia, hence why many words also have Germanic roots) whereas “susi ”In seto takes from Finno-Ugric roots. When we come to the word community, Ülle writes its correspondent in Estonian “kogukond”, pauses for a while, reflects and then tells me that this word in seto does not exist. How is that possible? I wonder. A group so cohesive that struggles to preserve its identity as a real community in battle against linguistic homologation doesn’t have this word in its vocabulary? Some words, says Ülle, cannot translate them because they have a specific term for different contexts, for each context there is a corresponding term (so I think it will be like that for community too). Ülle says that only through poetry she can give definitions of some terms. Ülle stops and reads: having lunch together; she exclaims: “I’m really sad that I can’t explain the meanings of these words to you, I could talk to you about them for hours but unfortunately I went to a school where  English was not taught and so in the course of my life I couldn’t learn it so well that it can explain certain concepts in an in-depth and exhaustive way “. But tries to explain to me that for the word party which is called “pidu” in Estonian, she remembers at least five terms and notes them on the column of the Seto language.

 

Kirmaas, for example, is the party that is held in the church to celebrate a saint or a particular event linked to the Orthodox religious calendar. The Setomaa region is the only region in Estonia where Orthodox religious worship is practiced, as I mentioned at the beginning, the people have Slavic roots and brought with them rites and myths of both pagan and religious culture. Instead the term “Haaq” is used for the wedding party. She says that musika is a new word, instead the ancient word for music in Seto is “Haal” or “Aan”. It is the melody, the whisper, the onomatopoeic sound that comes out of the body when you want to express the first emotion and enter in a condition of lightness that only music can bring. Instead, for dance there are two terms: the female dance is written “Kargus” which derives from the word jump “Kargama” and is linked to the dance that women once did to turn the stone that reduced the grain into flour; it was a real dance that was done by arranging in a circle and turning with a certain rhythm also dictated by the harmony of the group that at that moment was performing around the millstone. On the other hand, the male term is written “kasatsk” (as in Russia) and comes from the dance of the Kosacs.

 

For the word rite, Ülle always repeats to me: “it depends on the context”. The word to work the land is written “Maad tegema” in seto, “harima” in estonianE Exchanging ideas in seto is written “margosid vaeldama”. Ülle is keen to say that the word marg means ornament as if ideas were something concrete, a design or an embroidery of those many symbolic arabesques embroidered on the cloths that crown the icons of the saints. She says that the term idea  in seto comes from ornament.

 

For the word cry there is a specific word: “itk” which is also the word linked to the funeral songs and lamentations that have been made for millennia in honor of the dead.

 

In reference to this term “itk – lament”, Ülle describes to me a specific ritual that has been practiced for centuries in this territory before the wedding, its name is: “the death of the bride”. The future bride, surrounded by her friends, bowed in front of her mother;  the single voice (sometimes of the bride sometimes the leading voice can be of one of the friends) is followed by the voices of the chorus of the women that stand next to her; the whole group sings and at the same time leans towards the mother sitting in a sort of throne who silently attends. The ritual practice was repeated throughout the day and very often the friends could intone inventing new verses related to the mother-daughter relationship and the family life of the maiden girl on the same tonality of the lament.

 

During the ceremony, the modestly dressed bride always had an embroidered handkerchief in her hand, the “ikuratt” with which she covered her mouth while singing;  this handkerchief was used to protect her vulnerability from black magic throughout the marriage ceremony.

 

Regarding the “death of the bride” rite, there is a substantial section of the encyclopedia developed by Jakob Hurta, an Estonian protestant anthropologist, linguist and pastor who during the early twentieth century organized expeditions to all regions of Estonia, but focused on research especially in the Setomaa region. He had discovered that here, right in the village of Obinitsa, there were women with voices whose strength had crossed the borders of the region. He wanted to come and visit these “Lauluima” who were very capable to introduce narrative variants on consolidated melodic themes for every occasion. They were endowed with a powerful voice and an incredible narrative invention. The voices of Hilane Taarka, Miko Ode, Martina Iro and Anne Vabarna resound among the clods of the plowed earth, in the rustle of ripe rye, in the sound of birches flexing in the wind of summer and winter. Their faces are present in the shots taken by the photographer Armas Otto Aapo Väisänen and in the sculptures of the sculptor Alpo Sailo. He immortalized them in bronze portraits now on display at the Obinitsa “Lauluima” museum. There are stones dedicated to them  in the park of the singing mothers with their names engraved .

 

Silent stones that assist the passage of the cold wind of autumn and winter covered by snow rest in the winter months and await the arrival of summer and those very long days when the sun never sets, where the song in their time was slow in the daily actions of hard work in the fields, of the care of the offspring, of the preparation of food, of the harvesting of fruits of the forest, of the lamenting of deceased loved ones.

 

Many seminars are dedicated to them that the community organizes inviting ethnologists, musicologists and anthropologists. Workshops to reflect on the meanings of narrative motifs, on the rites to which they are inspired to teach complex melodic lines to the many who want to learn them in order to be able to pass them on and teach them to in turn.

 

One feels that these deeply female practices are handed down from generation to generation from grandmothers to grandchildren as Ülle’s grandmother did with her and that she will do with her granddaughters in turn. It is deeply rooted in this land tin this community. The female choirs are very numerous in this region and continue to carry on the tradition with pride by performing the original songs and adapting them to the occasions that the community experiences on the same melodies of the ancient songs. These melodies continue to live in their bodies, in their voices through continuous and careful study. I was able to participate in some rehearsal of these groups of “contemporary lauluima” to listen to them sing, to try even for a short time to join my voice to theirs. A few days after meeting Ülle, it was herself who let me attend some singing rehearsal organized by the “carriers of the seto’s mother tongue” who deeply know their ancestors and are careful to find new vocal tones, new timbres and a renewed desire to be able to pass this precious gift. Those words written in my diary and which Ülle translated for me became experience and learning. Living matter and not only immaterial culture preciously preserved, because the sacred is still present in this land and the rite that binds everyday actions and gives them a meaning, is alive.

 

Thus, always accompanied by Ülle and Evar, I was able to attend the Kirmas in honor of Saint Paraskeva; in a small cemetery in Saatse a stone’s throw from the Russian border where the dead are remembered by sharing food between friends, relatives and friends of friends. I will never forget that late July morning drinking vodka with Merit on the grave of her love, I will never forget the moment when I poured some of the good liquor on the earth to share it with him. The birches moved slowly in the light summer wind, the tinkling of the leaves mixed with the stories told by those people in russian, in estonian, in seto. After the celebration and the lunch some groups of women began to sing again, giving life to their roots in an infinite song that binds the living to the dead, the past seasons  to the following ones, in a constant flow of life in this mother earth that protects, still, the human beings.

 

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