Slavenka Drakulić e Rada Iveković: Il nuovo femminismo jugoslavo e i suoi sei peccati capitali

04/03/2021Giorgia Maurovich

Nota di traduzione:

L’articolo qui tradotto, bibliografia e biografia delle autrici comprese, è un contributo di Drakulić e Iveković all’antologia del 1984 Sisterhood Is Global. Sebbene il termine originale presente nel testo sia “neofeminism”, negli ultimi anni l’espressione ha assunto una connotazione diversa da quella dell’epoca in cui il testo fu scritto, e il termine stesso neofemminismo è ancora dibattuto. L’accezione originaria di quegli anni si riferisce infatti ai movimenti della seconda ondata, e veniva impiegata per distinguerli dalle suffragette e da quella oggi conosciuta come prima ondata; ho scelto quindi di tradurlo con “nuovo femminismo”. Per la traduzione dei nomi delle istituzioni, invece, ho fatto riferimento al lavoro e alle ricerche di Carolina Greco, di cui una parte è reperibile a questo link. Le foto della Conferenza del 1978 sono state prese da questo sito, dove si possono trovare anche delle informazioni sul suo svolgimento e sulle tematiche dibattute.

 

Il nuovo femminismo jugoslavo

Il movimento delle donne in Jugoslavia ha una tradizione che precede la guerra – ma, come è accaduto anche altrove, la storia delle donne è stata oscurata, e a ogni nuova generazione spetta il compito di riscoprirla. Le richieste delle donne emergono in ogni nuova crisi politica, sociale, culturale ed economica, con dei periodi di transizione più o meno tranquilli. Una nuova ondata di attivismo femminista apparve nei tardi anni Settanta in vari centri abitati. Ma non emerse dal nulla.

Durante il periodo precedente alla Seconda guerra mondiale, il Partito Comunista di Jugoslavia si impegnò a porre l’accento sul lavoro femminile (un argomento fino ad allora trascurato); le donne dovevano essere la forza principale impegnata nella resistenza e nella rivoluzione, dal momento che molti comunisti (uomini) erano stati incarcerati o resi inoffensivi dal regime di destra, al tempo ancora borghese.

 

In questo periodo, molte donne politicamente attive che prima di allora erano appartenute soltanto a collettivi femministi (concentrati in primo luogo sul suffragio universale femminile, sui diritti civili e il diritto al lavoro, sulla parità salariale ecc.) si unirono al Partito. La propaganda antifemminista – che aveva mantenuto in vita artificialmente il preconcetto secondo cui “le femministe” e “le donne della classe operaia” avessero interessi in conflitto tra loro – almeno per il momento si era placata. Le donne della classe operaia avevano a tutti gli effetti una lunga esperienza di militanza nei sindacati, ma in gran parte soltanto a fianco dei loro mariti; non avevano nessuna organizzazione propria. Col senno di poi, è più probabile che le donne della classe operaia e le donne dell’alta borghesia che si definivano femministe avevano in comune molti più problemi di quanto volesse far credere una rigida analisi che si rifiutava di guardare alla “questione femminile” come qualcosa di più di una sottocategoria della “questione di classe”. Dopotutto, i diritti civili fondamentali e il minimo sindacale di “democrazia borghese” appaiono in effetti come delle precondizioni per, e non come impedimenti, al possibile sviluppo del socialismo.

Un gran numero di donne jugoslave combatté a fianco dei partigiani durante la Seconda guerra mondiale o li aiutò in altri modi – alcune ricoprendo ruoli tradizionalmente femminili (in qualità di infermiere ecc.), ma molte altre con le armi. La loro presenza rimase incisiva nella vita politica degli anni successivi alla fine del conflitto, e per breve tempo sembrò che nella mentalità patriarcale dei Balcani ci fosse stata una svolta progressista. Ma questa risultò essere un’ipotesi prematura, perché con il passare degli anni le donne vennero nuovamente relegate alla sfera domestica, con sempre meno influenza politica.

Si diceva che la legge avesse garantito loro uguali diritti, e che nella forza lavoro fossero impiegate molte donne. E infatti la maggior parte delle donne lavorava, ma da loro ci si aspettava e ci si aspetta ancora l’adempimento dei loro doveri domestici. Nella politica o nel controllo delle imprese, le donne si trovano generalmente in posti caratterizzati da una responsabilità minima e circoscritta. La mentalità patriarcale rimane molto diffusa in Jugoslavia e promuove la confusione in merito ripetendo il sofisma: “Le donne hanno tutti i diritti garantiti dalla legge, quindi sono già uguali”.

 

L’organizzazione ufficiale delle donne (dal momento che il Fronte femminile antifascista era stato abolito) è la Conferenza sul ruolo sociale delle donne, ora parte dell’Alleanza Socialista e chiamata  Comitato. Lavorando tra le fila della Lega dei Comunisti e dell’Alleanza Socialista, ha adottato un approccio realistico di attivismo graduale e riformista dal basso tra donne principalmente lavoratrici, respingendo ogni proposta che sembrava dimostrare un “eccesso femminista”, ma ciò nondimeno accettando, sostenendo e facendo pressione per numerose riforme riguardanti la condizione femminile. Il linguaggio e il quadro ideologico di quest’organizzazione, sebbene marxisti, sono antiquati e riluttanti all’idea di accettare o persino legittimare la nuova sensibilità emersa durante gli anni Settanta, e la cosa diventò visibile nel 1978, alla prima Conferenza internazionale del nuovo femminismo a Belgrado.

Di lì a poco vennero a formarsi diversi gruppi, a cui si unirono donne (e anche alcuni uomini), ognuno con le proprie istanze: ricerca sugli studi di genere, assistenza con i problemi pratici delle donne, o le preoccupazioni delle scrittrici e artiste. Anche la comunità omosessuale, sia femminile che maschile, partecipò all’analisi dei problemi di oppressione che si ritrovava ad affrontare.

Una delle differenze tra questo nuovo femminismo in Jugoslavia e le sue controparti nei Paesi occidentali è che non dovette fronteggiare nessun problema legale importante (anche se molti problemi più marginali avrebbero meritato una menzione). Il divorzio, l’aborto, i pari diritti eccetera erano tutti presenti come possibilità accettabili – anche se a malapena legali. Inoltre, con buone probabilità, l’impatto della Chiesa in Jugoslavia è minore rispetto ad altre nazioni con un forte movimento femminista (come ad esempio l’Italia).

Ma praticamente tutto il resto è aperto alla critica femminista e all’attivismo, che viene ovviamente contrastato da un’implacabile e aggressiva opposizione da vari fronti. I nuovi gruppi femministi hanno promosso il dibattito pubblico e lezioni su molte questioni fino ad allora incontestabili. Molti dei membri di questi gruppi hanno scritto articoli per quotidiani, riviste e dichiarazioni per la radio e la televisione, aiutando così a sensibilizzare donne e uomini. Questa si è dimostrata un’attività molto importante ed efficace. Si sono formati nuovi gruppi (senza rapporti di gerarchia al loro interno), che a volte si sono fusi spontaneamente. Il contributo di autrici e autori agli studi di genere (1) è altrettanto importante (in diverse discipline – sociologia, filosofia, teoria della letteratura, teoria politica della lotta operaia ecc.) ed è testimone di una particolare forma del carattere storico e politico jugoslavo.

La pubblicazione nei media è la migliore possibilità di cui ci si può servire per far circolare le idee. Le nuove femministe non dispongono di giornali o case editrici, ma l’organizzazione tradizionale delle donne, che in una certa misura coopera con loro, ha accesso a tali mezzi. Ci sono anche “riviste femminili”, principalmente di stampo conservatore, ma con qualche occasionale apertura alle nuove idee femministe. Il nuovo femminismo in Jugoslavia non ha sostegno delle università né  fondi, e non è ancora un movimento di massa. Non esistono istituzioni femministe né centri antiviolenza (sebbene il problema della violenza contro le donne qui sia grave quanto lo sia altrove). I problemi con cui si confrontano le nuove femministe jugoslave non sono solo quelli delle donne, ma anche quelli legati allo sviluppo in itinere. La teoria è confinata ai lavori di poche autrici e autori – insieme al lieve ma costante risveglio di una sensibilità femminista nella coscienza delle donne – ed è ancora più prevalente della pratica e dell’attività politica. Per ora.

 

 

I sei peccati capitali del femminismo jugoslavo (di Slavenka Drakulić-Ilić)

 

Subito dopo il dodicesimo congresso del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti Jugoslavi (la piattaforma politica più importante della nazione) tenutosi nel 1982, tutte le idee, tesi e programmi vennero pubblicamente commentati sui media – tranne uno: il discorso di Branka Lazić, la nuova presidente della Conferenza sul ruolo sociale delle donne per lo sviluppo in Jugoslavia. In merito alla posizione generale delle donne nella nostra società, la presidente ha fatto un inciso sul femminismo: “Tali idee sono estranee alla nostra società socialista e autogestita, specialmente le idee femministe importate dai Paesi capitalisti… richiedono una lotta organizzata per la soppressione e l’eliminazione nel quotidiano da parte delle nostre forze soggettive, specialmente la Lega dei Comunisti”.

Questo verdetto, pronunciato sulla piattaforma più importante e di maggiore autorità in Jugoslavia, certamente ci dà da pensare.

Prima di tutto, sono di nuovo soltanto le donne del Partito a parlare, seppur in maniera superficiale, dei problemi delle donne, ribaltando ironicamente persino la loro tesi secondo cui “non c’è questione delle donne separata dal destino della classe operaia”. Se è così, perché nessun altro tra i presenti alla conferenza ha ritenuto l’argomento abbastanza importante da essere sollevato?

Certo, la nuova presidente e le sue dichiarazioni non sono una novità. Piuttosto, potremmo dire che le sue parole rappresentino il culmine degli atteggiamenti dei nostri politici verso il fenomeno del femminismo – o del nuovo femminismo – in Jugoslavia. È bene anche notare che questa è una delle poche questioni, all’infuori di quelle tradizionali, a cui la conferenza ha avuto una reazione. Non una reazione alla prostituzione, allo stupro, alla violenza domestica, al lavoro riproduttivo e di cura non retribuito, al sessismo eccetera, ma hanno immediatamente lanciato una battaglia ideologica contro le “idee importate”. Potremmo così riassumere la loro rigida opinione ufficiale: “Non esiste una questione delle donne a parte, o ce n’è una solo in alcuni aspetti pratici ma non teorici; in qualsiasi caso, è semplicemente una parte della questione di classe, e risolvere i problemi di classe significa risolvere quelli delle donne – quindi è solo questione di tempo”. Che cosa vogliono queste femministe?, si chiedeva la Conferenza. Operai, politici, lavoratori della cultura, pubblicisti e giornalisti si affrettarono a replicare con le loro opinioni su questa “azione nemica”. Posero anche in maniera piuttosto sera la domanda: “Chi è che dà loro (alle femministe) il diritto di parlare?”. Poi seguirono i diversi attacchi al femminismo, da accuse volgari e buffonesche sulle femministe che indossano sempre biancheria di seta fino ad affermazioni più pericolose sul negazionismo femminista della supremazia della classe operaia – che sarebbe equivalente a un atto controrivoluzionario.

Gran parte di questi attacchi, naturalmente, nascono da una caparbia ignoranza che si trasforma in dogmatismo. Tutte queste critiche intonano ripetutamente i seguenti “sei peccati capitali del femminismo” come prova della necessità di eliminarlo:

  1. Ideologia importata. Il semplice fatto che il femminismo sembri essersi sviluppato nei “Paesi caratterizzati dallo sviluppo capitalista” viene preso come un’argomentazione contro di esso. Sembra che certe idee siano buone solo perché provengono da alcune parti del mondo. (Sembra anche che si siano scordati che il marxismo non è venuto dall’Est. A dire la verità, io e molte altre persone della mia generazione eravamo profondamente convinte -fino all’età di circa quattordici anni- che Marx ed Engels fossero russi). È interessante anche che in questi “Paesi caratterizzati dallo sviluppo capitalista” il movimento delle donne sia considerato rivoluzionario, progressista e legato alla sinistra, al movimento operaio, al marxismo e al socialismo. In Jugoslavia, diventa improvvisamente qualcosa di sospetto e di conservatore. Com’è possibile che le idee di un movimento così altamente progressista, una volta trasportate in questo Paese, diventino così corrotte? Non è possibile guardare ai problemi delle donne separati dal contesto sociale, economico, politico e culturale del luogo; è anche impossibile guardarli separatamente dalla situazione internazionale, specialmente considerando il carattere internazionale del femminismo (e anche quanto sia stato centrale per tutti i movimenti operai ai loro albori). 
  2. Amore per il potere. Questo è uno dei ritornelli più amati dalle autorità: le donne vogliono solo sostituire il potere maschile con quello femminile; il loro obiettivo è non cambiare la struttura del potere in sé. Secondo questa semplificazione, dopo la “battaglia dei sessi”, seguirà soltanto un cambio di gerarchia. Da questo genere di pensiero risulta davvero facile (forse anche troppo) concludere che il femminismo sia una “coscienza alquanto conservatrice” che dev’essere osteggiata. Un esempio di tale ragionamento viene dalla già citata B. Lazić: “C’è una sola domanda che vorrei fare alle nostre femministe: vogliono che le donne siano al di sopra della società o all’interno della nostra società socialista e autonoma?” (2). 
  3. Elitismo. Il femminismo considera davvero le istanze più basilari della posizione delle donne oggi in Jugoslavia? La risposta delle istituzioni è che il femminismo è un’invenzione artificiale e aliena all’organismo sano della nostra società; soltanto poche intellettuali disoccupate se ne interessano. Pertanto, la natura del femminismo in Jugoslavia è “intellettualizzata” – il che la squalifica in automatico. Queste “intellettuali” non riconoscono i problemi reali delle donne della classe operaia (ovviamente le attività intellettuali non sono considerate lavoro) e si interessano solo della propria carriera, perciò il femminismo è soltanto un mezzo per la realizzazione dei loro scopi egoisti. 
  4. Attività non istituzionale. Ogni attività non istituzionale di carattere spontaneo è pericolosa, perché non può essere controllata (il che significa che è libera). Al di fuori delle istituzioni, tutte le posizioni critiche sono considerate incompetenti, illegali e maliziose. 
  5. Attività apolitica. Questa accusa si basa sulla tesi secondo cui il movimento femminista (“movimento” è una parola grossa per la nostra condizione) stia conducendo la maggior parte delle donne verso l’inerzia politica, se non addirittura qualcosa di peggiore. Possiamo citare le parole di un noto funzionario: “Insistere sulla “questione femminile” e organizzare le donne in organizzazioni femminili o movimenti indipendenti porta di per sé il pericolo di separare le donne dalla società nel suo intero. Significa indebolire le donne come potenziali costruttrici della società socialista contemporanea”. E un altro funzionario ha aggiunto: “Questi movimenti stanno, in una certa misura, negando il ruolo centrale della classe operaia e della Lega dei Comunisti” (3). Qui siamo testimoni di come un “movimento” inesistente si trasformi in “movimenti” al plurale, e così forti da poter influenzare milioni di donne in Jugoslavia, rendendole passive. È un esempio eccellente di come un moscerino diventi un elefante. L’oratore non si rende forse conto di quanto poco abbia da guadagnare il femminismo jugoslavo da seguaci così passive? Sarebbe un movimento femminista unico al mondo, con un obiettivo così assurdo – specialmente se teniamo a mente che in questo momento i partiti di destra occidentali stanno accusando in femminismo di mobilitazione delle masse. 
  6. Rapporto tra classe e questione femminile. Questa è un’obiezione teorica che interpreta la teoria femminista come escludente delle istanze femministe da quelle di classe. Risolvere la questione di classe, stando a quanto viene proclamato, risolverà anche i problemi specifici, inclusi quelli delle donne. Ma questo rapporto è, in realtà, più complicato di così. La discriminazione di genere è ben più profonda di quanto osiamo credere. Questo dilemma creato ad hoc (classe contro donne) presenta spesso il femminismo come opposto al marxismo – che può essere visto solo come uno stravolgimento intenzionale, dal momento che Marx ed Engels furono tra i primi ad analizzare criticamente la posizione della donna nella società.

 

La Conferenza sul ruolo sociale delle donne per lo sviluppo in Jugoslavia, in qualità di unica istituzione legale che si occupa nello specifico dei problemi delle donne in Jugoslavia, si condanna a ricoprire una posizione marginale nella società; è chiusa in un circolo di fraseologie ideologizzate senza significato, e incapace di condurre un dibattito acceso con gli elementi per un cambiamento. Rifiutarsi ostinatamente di capire uno dei fenomeni più importanti al mondo non fa che confermare quel fenomeno. Il movimento delle donne non significa separazione dalle forze socialiste. Al contrario, significa contribuire alla trasformazione socialista della società attraverso una prospettiva specifica delle donne

Alla fine potremo vincere la guerra, ma nel frattempo ci sono ancora alcune battaglie davanti a noi: a scuola, al lavoro, in strada, in famiglia. Le donne in Jugoslavia hanno bisogno di autocoscienza per esercitare i diritti che in teoria hanno. Ed è lì che si trova l’inevitabile necessità di una nuova sensibilità femminile – che si chiami femminismo o no.

 

Letture consigliate:

  • Despot, Blaženka. “Woman and Self-Management.” QAS (Questions Actuelles du Socialisme), No. 3, Belgrade, 1981; disponibile in inglese, francese, tedesco, italiano, russo e spagnolo.
  • Društveni položaj žene i razvoj porodice u socijalističkom samoupravnom društvu (La posizione sociale della donna e lo sviluppo della famiglia nella società socialista autogestita). Ljubljana: Komunist, 1979; documenti da una conferenza ufficiale tenutasi a Portorož, 1976—riepiloghi in inglese.
  • Faits et tendances, Nos. 15–16, Belgradpe, 1978 (disponibile in inglese e francese: “Les Femmes et le développement,” Ottobre. 1978, Bled); documenti da una conferenza organizzata dalla Conferenza sul ruolo sociale delle donne per lo sviluppo in Jugoslavia.
  • Kecman, Jovanka. Žene Jugoslavije u radničkom pokretu i ženskim organizacijama 1918– 1941 (Donne jugoslave nel movimento operaio e nelle organizzazioni femminili, 1918–1941). Belgrado: Narodna Knjiga, 1978.
  • Ženski svijet (Il mondo femminile), Zagabria, 1979; ristampa di una rivista femminile uscita negli anni 1939-41 a Zagabria.

In preparazione:

  • Despot, Blaženka. Žena i socijalističko samoupravljanje (La donna e l’autogestione socialista). Belgrado: Radnička Stampa.
  • Drugarica-žena (Compagna-donna); antologia che uscirà presto per il gruppo Donne e Società dell’Associazione Sociologica della Croazia, Izdavački Centar, Rijeka.
  • Katunarić, Vjeran. Žena i sistem (La donna e il sistema). Zagabria: Naprijed.

Rada Iveković è nata nel 1945 e ha studiato a Belgrado e Zagabria. Si è iscritta all’Università di Zagabria nel 1964, dove ha studiato Indologia e Lingua e letteratura inglese. Ha pubblicato i suoi primi articoli e nel 1970 è partita per l’India, dove ha ottenuto un dottorato in Filosofia buddista all’Università di Delhi. Ha pubblicato i suoi primi libri sulla filosofia indiana al suo ritorno in Jugoslavia e si è dedicata allo studio della filosofia occidentale, culture e politica del terzo mondo e la comunità rom in Jugoslavia. Si occupa ancora di filosofia indiana, ma è attiva anche negli studi delle donne e dice che la sua ambizione è “rileggere e riscrivere la storia della filosofia (orientale e occidentale) sotto una lente femminista”.

Slavenka Drakulić-Ilić è una sociologa, giornalista e madre di una figlia adolescente. La sua sezione dell’articolo qui sopra è una versione ridotta della sua difesa del femminismo che “è stata pubblicata in una grossa rivista politica e ha sollevato un gran polverone”.

Note:

  1. La maggior parte dei lavori di queste autrici e autori è in serbo-croato, ma alcuni sono disponibili in francese o in inglese. Quasi tutte le autrici e gli autori hanno lavorato a stretto contatto con il gruppo Most of these writers’ work is in Serbo-Croatian, but some of it is available in French or English. Almost all of the authors have been working in loose or tight collaboration with the group onne e Società dell’Associazione Sociologica della Croazia (indirizzo: Amruseva 8, 4100—Zagabria).
  2. 2. Večernji list. maggio 1982.
  3. 3. Danas, luglio 1982.

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