I fratelli Tsarnaev: Masha Gessen e il racconto di una moderna tragedia americana

03/08/2021Giorgia Maurovich

È il 15 aprile 2013, e come ogni anno il centro di Boston è attraversato da centinaia di corridori che percorrono le strade della città. A far entrare nella storia quella specifica data, però, è la famigerata notizia di cronaca che gettò un’ombra sulla manifestazione: due ordigni di fabbricazione casalinga, piazzati in Boylston Street a pochi passi dal traguardo, esplosero causando la morte di tre persone e ferendone più di duecentosessanta. I responsabili dell’attentato, i fratelli di origine cecena Tamerlan e Džochar Carnaev (1), furono catturati pochi giorni dopo dall’FBI in una sparatoria contro le forze dell’ordine che uccise Tamerlan, il fratello maggiore.

L’attentato ebbe un’enorme eco nella memoria collettiva e nell’opinione pubblica: i cittadini si adoperarono immediatamente per raccogliere fondi da destinare alle vittime e alle loro famiglie, mentre le autorità nazionali e internazionali intensificarono i controlli di sicurezza agli eventi sportivi, incluse le Olimpiadi Invernali di Soči del 2014. Il governo Putin fu tra i primi a dare supporto alle indagini statunitensi, mentre le autorità russe affermavano di aver avvisato l’FBI e gli organi investigativi sulla pericolosità di Tamerlan Carnaev già nel 2011, restando inascoltate. Anche i vertici ceceni si distanziarono dagli Carnaev: il presidente della Repubblica Cecena Ramzan Kadyrov scrisse in un post su Instagram che “qualsiasi tentativo di collegare la Cecenia agli Carnaev, se sono colpevoli, è inutile. Sono cresciuti negli Stati Uniti, le loro opinioni e credenze si sono formate là. Le radici del male vanno cercate in America. Il mondo intero deve combattere contro il terrorismo”.
L’investigazione dell’FBI, tuttavia, non si concentrò solo sui due fratelli. L’attentato alla maratona di Boston fu un evento cruciale per i rapporti Russia-USA e per un cambio di rotta nelle politiche della lotta al terrorismo e della burocrazia migratoria. A essere coinvolti furono anche altri immigrati di origine cecena, che subirono ripercussioni durante le indagini o persero addirittura la vita.

È proprio a questa intersezione di tragedie collettive e politiche internazionali che si colloca I fratelli Tsarnaev. Una moderna tragedia americana, reportage di Masha Gessen, giornalista dissidente e attivista di origini russe che ha raggiunto il grande pubblico grazie al suo impegno politico contro Putin. I testi di Gessen, estremamente informativi su personalità e contraddizioni della Russia contemporanea, si collocano sulla scia della non-fiction giornalistica di Truman Capote, fornendo analisi lucide e scorrevoli di avvenimenti di tutt’altro che agile comprensione. Oltre a Il futuro è storia e Putin. L’uomo senza volto, entrambi dedicati all’ascesa del governo conservatore di Putin e alle contraddizioni del passaggio da comunismo a capitalismo, usciti anche in Italia per Sellerio e Bompiani; e a Words Will Break Cement, reportage sulle Pussy Riot, uno dei volumi più importanti della bibliografia di Gessen è sicuramente I fratelli Tsarnaev. Scritto tra Boston, Mosca, il Daghestan e il Kirghizistan, il testo cerca di ricostruire una cronologia degli antefatti del tragico 15 aprile, partendo dalla storia della famiglia Carnaev e intervistando i loro amici, conoscenti e familiari.

Il reportage è stato accolto dal pubblico con opinioni contrastanti, soprattutto da parte del pubblico statunitense. Se molti dei lettori si aspettavano un resoconto dettagliato delle motivazioni dei due attentatori o una risoluzione definitiva delle indagini (al momento della scrittura del libro, uscito nel 2015, il processo a Džochar era ancora in corso), Gessen scelse invece di concentrarsi su aspetti della vicenda trascurati dai media: lo scenario geopolitico della terra d’origine della famiglia Carnaev, le ripercussioni sulla comunità cecena negli States e il contributo di varie studiose e studiosi di guerra al terrore.

Macerie lasciate dallo scoppio di una delle due bombe

 

 

L’azione si apre all’aeroporto di Machačkala, capitale della Repubblica del Daghestan, dove Gessen rievoca l’infanzia di Zubeidat Carnaeva, madre di Tamerlan e Džochar, tracciando un affresco dell’area e della storia geopolitica delle Repubbliche del Caucaso.

Per tutto il periodo in cui ha fatto parte della Russia, [il Daghestan] è stata una delle regioni più povere dell’impero, con decine di gruppi etnici diversi che hanno convissuto a volte in guerra, a volte in pace. Ciascun gruppo ha un’identità fieramente definita, ma nessun gruppo rivendica la regione come proprio Stato-nazione, e sarebbe difficile sostenere l’esistenza di una comune identità daghestana.

Machačkala, città di periferia sovente dimenticata dagli aiuti dello Stato comunista, visse per gran parte del Novecento senza gas né acqua corrente, e il suo passato di fortezza militare convertita in città racconta una storia di separazione di centinaia di gruppi etnici, ciascuno con il proprio patrimonio linguistico, che si capivano solo comunicando in un russo raffazzonato ed elementare, unica cultura condivisa insieme agli otto campi di prigionia rimasti attivi fino alla morte di Stalin. A scuotere definitivamente la città, però, fu il terremoto che colpì il Daghestan nel 1970 e lasciò metà della popolazione senza un tetto sopra la testa, e la ricostruzione delle strutture che iniziò dopo le scosse di assestamento fu presto interrotta da un’epidemia di colera.

La delicata questione delle aree del Caucaso, che si trascina dall’epoca della Russia imperiale, era emersa con particolare violenza durante la Seconda guerra mondiale. È infatti nota l’insurrezione cecena dei primi anni Quaranta, che approfittò del momento storico per tentare di ottenere l’indipendenza dall’URSS. Sconfitti i ribelli, Stalin approvò una risoluzione per sciogliere la repubblica sovietica autonoma di Cecenia-Inguscezia, deportando di fatto la popolazione cecena e inguscia verso l’Asia centrale.

Mentre l’Armata Rossa cacciava i tedeschi dal Caucaso e incominciava l’avanzata in Bielorussia e Ucraina, Stalin era sempre più ossessionato dai cittadini sovietici che vivevano nelle zone del paese occupate dalla Germania a partire dal 1941, scrive Gessen. Stalin, che personalmente apparteneva agli osseti – un gruppo etnico del Caucaso settentrionale, in maggioranza cristiano – forse era particolarmente sospettoso verso i musulmani della regione. Il gruppo musulmani più numeroso nel Caucaso settentrionale russo era quello dei ceceni […]. Fra di loro c’era stata in effetti un’insurrezione antisovietica, che aveva dato il benvenuto ai tedeschi, ma la maggior parte della Cecenia in realtà non era mai stata occupata e la maggior parte dei ceceni erano, sotto ogni aspetto, leali cittadini sovietici. I ceceni furono il gruppo più numeroso ad affrontare la deportazione, anche se non l’unico.

Il 23 febbraio 1944 iniziò la deportazione, che coinvolse oltre mezzo milione di ceceni e ingusci, definiti dalle autorità delle zone d’arrivo “residenti speciali”, nemici del popolo e privi dei diritti di cui disponevano i cittadini sovietici. A causa della scarsità delle razioni e di un’epidemia di tifo scoppiata durante il viaggio, gli esuli furono decimati. Nonostante l’impossibilità di ricevere un’istruzione in lingua cecena, proibita per legge, e di prendere parte all’economia delle aree d’arrivo, le famiglie cecene riuscirono a costruire un “mercato grigio” e, pur mandando i figli in scuole di lingua russa e kirghisa, si continuava a mantenere vive le tradizioni linguistiche e costumi sociopolitici come l’Adat.

Alla morte di Stalin e all’inizio del disgelo voluto da Chruščëv, la morsa sui deportati si allentò. Il Partito adesso ammetteva che gli esuli avevano subito dei torti, nota Gessen, ma la burocrazia non sapeva come gestire le centinaia di migliaia di persone costrette a migrare. Il governo Chruščëv, che temeva un rimpatrio violento, non riusciva a fidarsi delle richieste degli esuli che chiedevano di tornare nelle loro terre d’origine, e stabilì così che gli esuli avrebbero ricevuto libertà di movimento e documenti sovietici, a patto che non tornassero nei loro Paesi d’origine. Se alcuni di loro accettarono di buon grado, i ceceni kirghizi scelsero di non firmare l’accordo, portando il Comitato Centrale ad approvare un piano triennale per il ritorno dei ceceni in Cecenia. Negli anni Sessanta, tuttavia, gli Carnaev decisero di restare nel Kirghizistan. Zubeidat sposò Anzor Carnaev nel 1985, di ritorno dal servizio militare a Novosibirsk, e si stabilì con lui nella periferia industriale della città di Tokmok.

La giovane sposa, di etnia àvara, era vista con sospetto dalla nuova famiglia, nonostante i suoi sforzi per inserirsi. La coppia si trasferì per breve tempo in Calmucchia, dove nel 1986 Zubeidat diede alla luce il primogenito Tamerlan, ma per garantirgli un futuro migliore Anzor e Zubeidat tornarono a Tokmok. Il 1988 fu un anno di cesura per la famiglia Carnaev: il padre di Anzor, Zayndy, trovò nella discarica cittadina una bombola di metallo utilizzabile come ricambio o residuo metallico, e la mise in macchina per portarla via. Non appena messo in moto il veicolo, l’auto esplose. Subito dopo la morte di Zayndy, la moglie Liza, madre di Anzor, si trasferì dai suoi parenti a Frunze, lasciando la casa di Tokmok ad Anzor e Zubeidat nel bel mezzo della glasnost’.

 

Mappa geopolitica del Caucaso nel 1928

 

Era infatti il periodo della perestrojka: mentre le politiche di Gorbačëv allentavano la morsa del regime e aprivano il Paese alle influenze occidentali, in tutta l’Unione si avvertivano dei movimenti indipendentisti e per l’autodeterminazione, la censura si allentava favorendo la circolazione di prodotti americani e di Bollywood e la graduale apertura delle frontiere permise a molte famiglie di migrare. Alcuni amici dei coniugi Carnaev avviarono affari commerciali come camionisti su lunghe distanze, altri, come il loro parente Jamal, si trasferirono a Groznyj, altri ancora si dedicarono al crimine organizzato. Tra i criminali locali, a godere di una certa notorietà erano i fratelli Batukaev, vicini di casa degli Carnaev. Quando uno di loro aprì un’officina, Anzor prese a lavorarvi come apprendista: il suo compito era acquistare automobili arrivate dalla Germania, ripararle e rivenderle al mercato di Biškek, la capitale kirghisa. Pochi anni dopo, nel 1992, la famiglia Carnaev si trasferì in Cecenia, e Gessen si premura di informare il lettore sulla situazione politica che di lì a poco sarebbe esplosa.

Quando Gorbačëv fu rovesciato, Eltsin [sic.] facilitò il pacifico divorzio delle repubbliche che avevano costituito l’Unione Sovietica: il Kirghizistan e il Kazakistan, dove molti ceceni, fra cui Dudaev [l’allora presidente della Cecenia ed ex generale dell’esercito sovietico], avevano trascorso almeno una parte della loro infanzia, erano adesso paesi indipendenti. La Cecenia restava fra le ottantanove repubbliche e regioni che costituivano la nuova Federazione Russa (un numero che si sarebbe ridotto negli anni seguenti, man mano che alcune repubbliche si univano fra loro). Fra queste, la Cecenia sarebbe stata l’unica ad avere il coraggio delle proprie convinzioni e a rivendicare l’indipendenza.

[…] L’unica cosa che mancava era il consenso di Mosca alla separazione. Quando Eltsin [sic.] parlava di sovranità, a quanto pare si riferiva ad altre repubbliche sovietiche, come il Kirghizistan o l’Ucraina, non a quelle all’interno della Russia. La prospettiva che una delle ottantanove regioni si separasse e desse inizio a una reazione a catena era inaccettabile. In realtà, Mosca doveva bloccare simili movimenti indipendentisti per evitarne altri. Schiacciare la Cecenia sarebbe stata una mossa popolare – molti cittadini russi coltivavano profondi pregiudizi contro i ceceni – e avrebbe mandato un forte messaggio alle altre regioni con movimenti indipendentisti.

Gessen rievoca poi gli avvenimenti del 1994, gli aerei senza insegna che sorvolarono dei villaggi ceceni sparando e lanciando bombe e lo schieramento delle truppe russe al confine con la Cecenia, culminati nei bombardamenti di Groznyj la notte di Capodanno, evento che convinse Anzor, Zubeidat e il piccolo Tamerlan ad andarsene per sempre. Né Anzor né Tamerlan, disse Jamal Carnaev a Gessen, avevano vissuto in Cecenia durante la guerra. Rientrati a Tokmok, in un Kirghizistan che era ormai divenuto meta dei profughi ceceni in fuga, Anzor e Zubeidat cercarono di garantire un futuro migliore per Tamerlan, iscrivendolo al prestigioso Ginnasio Puškin.

Uno dei fratelli di Anzor, Ruslan Carnaev, che viveva a Biškek, fu di grande ispirazione per gli obiettivi di vita dei cognati. Laureato in legge e impiegato presso uno studio legale americano che gestiva un programma di privatizzazioni finanziato dal Dipartimento di Stato USA, nel 1996 sposò una collega americana, una giovane di nome Samantha, e si trasferì con lei negli Stati Uniti per proseguire i suoi studi alla Duke University. Anzor e Zubeidat decisero quindi di seguire le sue orme studiando legge per corrispondenza, al fine di trasferirsi oltreoceano e portare i loro figli in un posto dove avrebbero potuto ricevere una buona istruzione. All’epoca, Anzor lavorava nell’ufficio del procuratore in Kirghizistan, ma alla fine degli anni Novanta si mise in affari con il cugino Jamal, che in un intervista a Gessen confessò di aver gestito per anni un giro di traffici loschi dal Kirghizistan alla Russia, presumibilmente con l’appoggio di Anzor.

Nel 2000 i coniugi Carnaev lasciarono Tokmok per il Daghestan, probabilmente in attesa di potersi trasferire in America, ma l’area era attraversata da violente fratture religiose. Se negli anni di governo sovietico le pratiche religiose islamiche resistettero nella clandestinità – ed è bene ricordare che le tradizioni tipiche dell’Islam del Daghestan risultavano diverse da quelle di Paesi come l’Arabia Saudita, l’apertura delle frontiere e la crescente possibilità di viaggiare portò molti giovani ad avvicinarsi all’Islam praticato dai salafiti, e ad allontanarsi di conseguenza dalla loro comunità e dagli anziani. Coloro che continuavano a praticare l’Islam sufi e le autorità laiche che si appoggiavano sempre più alla gerarchia sufi, ricorda Gessen, chiamavano questi giovani wahabiti – un pericoloso fraintendimento (2). 

La guerra in Cecenia, scrive Gessen, cominciata quando Mosca aveva schiacciato un movimento laico di autodeterminazione etnica, aveva profondamente cambiato la società cecena. Centinaia di migliaia di ceceni erano stati uccisi o erano fuggiti durante il conflitto armato tra il 1994 e il 1996. Nell’agosto di quell’anno venne finalmente firmato un trattato di pace, che in buona sostanza concedeva alla Cecenia l’autonomia desiderata, ma senza lo status ufficiale di paese indipendente. […]

Nei disperati anni seguenti fiorirono radicalismi di ogni tipo. […] la Russia restava il nemico, ma il nuovo fervore dei soldati era religioso piuttosto che etnico. […] Nell’estate del 1999, i combattenti ceceni in armi cominciarono a filtrare nel vicino Daghestan. In agosto e in settembre la Russia fu terrorizzata da una serie di esplosioni in palazzi residenziali che uccisero più di trecento persone. Il nuovo primo ministro russo, nonché probabile successore di Eltsin [sic.], l’ex colonnello del KGB Vladimir Putin, accusò di questi attentati i ceceni, collegò le azioni terroristiche alla nuova presenza armata di ceceni in Daghestan e scatenò l’esercito russo contro i ceceni, sia in Cecenia che in Daghestan. […]

In risposta alle politiche militari russe, le autorità daghestane misero fuorilegge il wahabismo, nella cui accezione inclusero anche il salafismo, portando così orde di giovani a praticare l’Islam in clandestinità. Gessen racconta che con l’ausilio della polizia locale vennero compilate delle vere e proprie liste di proscrizione per stanare i nemici del popolo, e moltissimi ragazzi rischiavano di essere riconosciuti come wahabiti per i motivi più futili. Alcuni organizzarono una controffensiva lanciando granate e piazzando bombe per far saltare le auto della polizia, e col passare del tempo molte delle aree urbane erano diventate vere e proprie zone di guerriglia. Fu allora, in una Machačkala lacerata da conflitti e sparatorie, che Anzor e Zubeidat decisero di emigrare in America.

Inizia quindi la seconda delle tre parti del reportage, dedicata all’arrivo e alla permanenza degli Carnaev in Massachussetts. L’arrivo in America segna per molti immigrati e richiedenti asilo l’inizio di un tortuoso iter burocratico, e gli Carnaev non fecero eccezione. Sebbene gran parte dei media statunitensi avesse riportato che la famiglia avesse mentito per ottenere asilo politico,  e che le politiche di immigrazione non avevano ben distinto le vittime dagli individui potenzialmente pericolosi, Gessen si sofferma sulle differenze logistiche che intercorrono tra una deposizione in tribunale e una all’ufficio immigrazione, di come lo stato emergenziale della guerra in corso fosse più semplice da spiegare rispetto alla complessa situazione geopolitica tratteggiata nel capitolo precedente, per aprire poi una digressione sulla storia recente dei rifugiati ceceni negli Stati Uniti.

Le due guerre cecene, quella a metà degli anni Novanta e quella iniziata nel 1999, provocarono centinaia di migliaia di rifugiati. Molti di loro rimasero nell’ex Unione Sovietica, raggiungendo parenti in Asia Centrale o in Russia. Decine di migliaia cercarono rifugio nei paesi dell’Unione Europea, dove spesso trascorsero anni nei campi profughi. Pochissimi arrivarono fin negli Stati Uniti. […]

I primi rifugiati ceceni a giungere negli Stati Uniti furono i membri del governo indipendentista di Dudaev e i ceceni dell’Asia centrale. In seguito arrivarono le persone i cui parenti erano stati fatti sparire dalle autorità russe o dai militanti ceceni. Nei campi profughi e nelle minuscole comunità cecene che si formavano all’estero, spesso si mescolavano con militanti veri e propri, creando alleanze confuse nel migliore dei casi e conflitti aperti nel peggiore.

 

Un soldato russo tra le macerie di Groznyj

 

L’inchiesta prosegue con una digressione sulla comunità cecena di Boston, vessata da un doppio fardello: se da una parte gli Carnaev avevano visto coi propri occhi le conseguenze della crescente diffidenza nei confronti dei musulmani nel Caucaso, dall’altra si ritrovarono in un’America post-11 settembre, in costante stato di allerta e panico.

I ceceni in tutta la Russia erano stati arrestati, i bambini ceceni cacciati dalle scuole, le famiglie cecene sbattute fuori dalle loro case. La guerra in Daghestan era incominciata. Ciò che avveniva adesso negli Stati Uniti non sembrava molto diverso: c’era una caccia alle streghe e c’era una guerra punitiva in un paese lontano, astratto. Era chiamata, in modo rivelatore e assurdo, Guerra al Terrore, un’emozione a cui tutti i paesi vorrebbero dichiarare guerra, se solo fosse possibile. Invece, si trattava di una guerra contro i musulmani, scrive Gessen.

Il terrorismo in terra americana era però diverso da quello in terra russa. Gessen ricorda i fatti del 1995, quando il comandante insurrezionista Šamil Basaev, con l’obiettivo di fermare l’avanzata dell’esercito russo, si spinse oltre il confine fino a Stavropol’ e sequestrò centinaia di ostaggi in un ospedale civile a Budënnovsk, azione risultata in un cessate il fuoco in Cecenia con un negoziato in diretta televisiva tra Basaev e l’allora primo ministro russo Viktor Černomyrdin; e del 2002, data della famigerata crisi del teatro Dubrovka, durante la quale venne interpellato per le trattative Chassan Baiev, chirurgo plastico ceceno allora residente a Boston e parte attiva della comunità locale. Gli equilibri politici tra le due potenze mutarono, e questo evento non solo innescò dei mutamenti drastici nelle vite degli emigrati ceceni, ma servì anche come base per delle future teorie sull’attentato. Infatti, come nota Gessen:

Dopo l’11 settembre, l’America aveva smesso di criticare la Russia per aver scatenato la guerra in Cecenia. Nell’epoca post-11 settembre, la Russia riuscì a collocare la Cecenia, e il bagno di sangue che continuava in Daghestan, nell’ambito di una guerra che combatteva a fianco degli Stati Uniti, la guerra contro i terroristi islamici radicali. Stati Uniti e Russia si accordarono per scambiarsi informazioni sulla minaccia islamista. […] In questa nuova epoca, in cui gli Stati Uniti avevano smesso di considerare i ribelli ceceni come combattenti per la libertà e incominciavano a vederli con occhi russi, come potenziali terroristi islamici, un nuovo regolamento impedì a chiunque avesse fornito “sostegno materiale” ai combattenti illegali di ricevere lo status di rifugiato e la green card.

L’arrivo di Anzor, Zubeidat e Džochar Carnaev negli States fu tutt’altro che facile, pur aiutati dall’appoggio di amici e membri della comunità locale come il già menzionato Baiev. Nel 2002 si stabilirono a Cambridge, a pochi chilometri da Boston, dove avevano trovato una sistemazione economica. L’integrazione non fu priva di complicazioni, a partire dalla difficile arte di bilanciare le tradizioni delle proprie origini con le usanze del Paese d’arrivo: furono però aiutati da Joanna Herlihy, sessantottenne di Cambridge politicamente e socialmente impegnata nella comunità locale, che assistette i coniugi nel processo di integrazione. Nel 2003, gli Carnaev ottennero asilo politico, e gli altri tre figli, Tamerlan, Bella e Ailina, ebbero diritto ai visti.

Il giovane Džochar, ben più integrato rispetto al fratello maggiore, parlava un inglese eccellente, era benvoluto da insegnanti e compagni e appariva, all’epoca, come un ragazzo estremamente promettente. D’altra parte, l’andamento scolastico di Tamerlan era mediocre, ma aveva un enorme talento per il pugilato, ottenendo anche degli ottimi risultati in campo agonistico. All’epoca Tamerlan aveva ben due fidanzate, una compagna di scuola di nome Nadine Ascençao e una ragazza di nome Katherine Russell, che scelse di convertirsi all’Islam con il nome di Karima per sposarlo. Anzor si dimostrò contrario alla loro unione, dal momento che per lui l’identità cecena era diversa dall’Islam, e che anche dopo la conversione la nuora non sarebbe mai stata “una di loro”, ossia una cecena. Nel 2010 Karima diede alla luce una bambina, Zahira, ma la vita di Tamerlan non sembrava procedere verso alcuna direzione definita.

 

L’appartamento di Boston dove viveva la famiglia Carnaev

 

Tamerlan non aveva un lavoro fisso, aveva fatto l’autista per un po’ e consegnava pizze, e nel mentre spacciava anche marijuana. Durante il periodo di Tamerlan come pony express, a Boston ci fu un triplice omicidio in cui furono coinvolti dei conoscenti di Tamerlan, trovati con la gola tagliata e ricoperti di droga e banconote. Gli omicidi vennero classificati come crimini legati alla droga, e non vennero mai indagati approfonditamente. Gli adulti della famiglia non sembravano aver notato che Tamerlan spacciasse, ma d’altra parte gli Carnaev versavano in una situazione economica sempre più critica. Gli aiuti governativi venivano revocati e ripristinati, mentre le spese sanitarie li stavano sommergendo di debiti. Anzor si arrabattava come meccanico, mentre Zubeidat trovò lavoro come estetista, ma con l’arrivo dei figli di Tamerlan, Bella e Ailina l’appartamento era sempre più affollato e caotico, nel più totale disappunto di Joanna.

Nel 2011 Džochar iniziò l’università, trasferendosi al campus della Dartmouth University e Anzor e Zubeidat iniziarono le pratiche per il divorzio. L’anno successivo, Anzor e Tamerlan andarono in Daghestan, ma Tamerlan rientrò negli States dopo sei mesi. Gessen inizia a tratteggiare i primi sintomi di quello che sarebbe poi accaduto. Zubeidat e Tamerlan iniziarono a studiare insieme il Corano affidandosi a risorse online, ritrovando nel rapporto con l’Islam un posto nella comunità cecena e un legame con la patria, ma Tamerlan finì ben presto nel tunnel delle teorie complottiste. Durante le indagini fu ritrovato un raccoglitore ad anelli che conteneva “ritagli che un più giovane Tamerlan sperava lo aiutassero a dominare il mondo: istruzioni su come sedurre le donne e ipnotizzare le persone, articoli che denunciavano il predominio degli artisti ebrei nello show business russo, un articolo in russo che faceva riferimento ai Protocolli dei Savi di Sion”. A poco servì l’intervento di Johanna, che cercò di dissuadere Tamerlan da simili idee.

Se Tamerlan si stava rivelando sempre più problematico, Džochar era ormai perfettamente calato nel suo ruolo di ragazzo prodigio. Pieno di amici e con un curriculum scolastico di tutto rispetto nonostante il pesante consumo di marijuana, divenne amico di Larry Aaronson, il suo professore di storia, che vedeva in lui “il simbolo dei giovani provenienti dalle zone di guerra che vanno alla Rindge”. Aaronson, tuttavia, non riuscì mai a parlare con Džochar della sua identità cecena, e del resto il ragazzo non sembrava interessarsene più di tanto. Nel corso delle ricerche Gessen intervistò molte personalità cecene dell’area di Boston. Ad esempio Islam, il figlio adolescente di Chassan Baiev, lamentava una completa ignoranza degli interlocutori sulla questione, che spesso si risolveva in un “e quindi sei russo o no?”. Durante l’ultimo anno di scuole superiori alla Rindge, però, Džochar decise di scrivere una tesina proprio sull’identità cecena. Il ragazzo si mise in contatto con Brian Williams, un professore della Dartmouth, che gli consigliò dei testi sull’argomento, ma al momento della correzione Williams si accorse delle generalizzazioni e degli errori del giovane allievo, che non aveva evidentemente letto i libri e si era affidato ai miti del coinvolgimento ceceno in al-Qaida, che per Williams non è mai stato documentato. Nonostante questo piccolo incidente di percorso, Džochar si diplomò col massimo dei voti e, non avendo particolari ambizioni, scelse la Dartmouth, l’ateneo meno impegnativo tra quelli a cui era stato ammesso.

Quello che sembra essere un periodo cruciale per le indagini, a cui si fa risalire la radicalizzazione di Tamerlan, è il primo semestre del 2012, che il ragazzo trascorse in Daghestan. La città di Machačkala era ormai cambiata, in un crescendo di tensioni tra la popolazione islamica locale e le autorità, “fra la gente del posto e le forze dell’ordine della Federazione Russa, che controllava il Daghestan con ferrea brutalità da più di dodici anni”. Nel delineare le peculiarità del conflitto, Gessen cita il sociologo russo Aleksej Levinson, che vede nel conflitto in Daghestan una guerra fine a se stessa la cui funzione era la riproduzione della violenza.

L’economia di una regione bloccata in uno stato di guerra permanente, scrive Gessen, non può funzionare in maniera normale, non solo perché la costante condizione di pericolo cambia preferenze e priorità – la gente non investe e spende ogni giorno tutti i suoi soldi e tutta se stessa – ma anche perché non ci può essere accordo su quale sia la legge del paese. Le cause in Daghestan erano risolte in base al codice civile russo, alla sharia o all’Adat, l’insieme dei costumi locali che mescolavano riferimenti al corano e usi tramandati di generazione in generazione. La scelta delle leggi dipendeva dalle preferenze, dagli interessi e dalle rispettive influenze delle parti. Nello stesso tempo, il governo del Daghestan, che nell’era Putin incominciò a essere nominato da Mosca anziché eletto sul posto, si stava alleando sempre più strettamente agli imam che rappresentavano la tradizione daghestana dell’Islam sufi. […]

In Daghestan, mentre le moschee sufi si alleavano ai rappresentati ufficiali e tramite loro a Mosca e alle truppe federali, le moschee salafite non tradizionali incominciavano ad attirare un numero crescente di giovani. […] L’effetto combinato dello spostamento dell’asse politico-religioso del Daghestan e della sua economia distorta era di trasformare tutti i giovani in fuorilegge e di legarli tutti fra loro tramite una complessa rete di soldi, sangue e azioni che si potevano considerare reati veri e propri, ma anche no.

Tamerlan fu accolto dalla famiglia di Zubeidat, e la vita sociale di Machačkala era un ambiente che lo stimolava: gruppi di suoi coetanei che, nelle parole di Gessen, “passavano le giornate a parlare di loro stessi, della loro religione e delle ingiustizie del mondo”, e che frequentavano la moschea. È in questo scenario che fa il suo ingresso Magomed Kartašëv, cugino di secondo grado di Tamerlan e parte dell’Unione dei Giusti, gruppo segretamente affiliato a Hizb ut-Tahir, organizzazione islamica (fuorilegge in Russia e in molti altri Paesi) con l’obiettivo della creazione di uno Stato panislamico. Nel periodo della sua permanenza a Machačkala e nella vicina Kizljar, Tamerlan entrò in rapporti stretti non con il cugino Kartašëv, ma con il suo vice Mohammed Gadžiev, con il quale si incontrava parecchie volte alla settimana. Tamerlan e Mohammed parlavano molto di politica, dell’America e della Russia. Tamerlan era profondamente critico delle divisioni di classe e della xenofobia statunitense, ma ne apprezzava la libertà di parola e la possibilità di ricevere un’istruzione. All’infuori dei discorsi sulla società americana, però, Tamerlan non godeva dello stesso rispetto. Gadžiev era profondamente critico nei confronti della conoscenza lacunosa del Corano del suo nuovo amico, e lo introdusse al concetto di intuizione nell’interpretazione delle Scritture.

 

Una folla di fedeli nella moschea di Machačkala

 

Gessen è ben consapevole della possibilità, peraltro condivisa dall’opinione pubblica americana, che Tamerlan potesse essersi radicalizzato in Daghestan. Tuttavia, il giovane Carnaev non si unì alla lotta in Siria, destinazione di molti giovani reclutati dai jihadisti, né ai guerriglieri di Kartašëv, e tantomeno prese parte attiva al conflitto armato. La “radicalizzazione” di Tamerlan, perlomeno come la intende Gessen, fu semplicemente un processo di inserimento in una comunità, termine fino ad allora ignoto al ragazzo, emigrato negli Stati Uniti e senza un effettivo punto di contatto con la propria identità culturale.

Nel luglio del 2012 Tamerlan fece ritorno negli Stati Uniti, raccontando ai suoi amici di avere dei problemi con la burocrazia per il rinnovo del passaporto russo. Gessen smentisce subito questa dichiarazione, dal momento che il passaporto russo di Tamerlan doveva essere scaduto da anni, e che i documenti con cui si era recato in Daghestan erano quelli statunitensi. Gessen riporta che Tamerlan Carnaev si trovasse in Daghestan come cittadino americano, ma con un visto russo che gli consentisse una permanenza trimestrale. Qualunque cosa fosse a richiamarlo in America, chiaramente non aveva niente a che vedere con i documenti russi: era un’esigenza americana.

Tamerlan tornò a Cambridge, sprofondando nuovamente nel vortice delle teorie cospirazioniste, mentre nel frattempo Džochar aveva iniziato la vita universitaria. Il suo coinquilino, Andrew, vedeva spesso un viavai di ragazzi kazaki che entravano e uscivano dalla stanza, spesso e volentieri fumando erba fornita probabilmente da Džochar. Gli amici di Džochar, Azamat Tažajakov, Dias Kadyrbaev e Bayan Kumiskali, fidanzata di Dias, comprarono una BMW usata e sottoscrissero una tariffa telefonica familiare con l’ausilio di Džochar, unico del gruppo ad avere un numero di previdenza sociale. Il quartetto era “un gruppo di reietti”, come lo definì Gessen: gli amici del ragazzo erano ancora disabituati alla vita negli States, e Džochar, pur avendo una fisionomia che lo includeva nel gruppo dei “bianchi”, era cresciuto come musulmano in un Paese ancora traumatizzato dall’11 settembre. Ma a differenza di Tamerlan non sentì mai un senso di appartenenza alla comunità islamica, nonostante i tentativi di frequentare le moschee e di osservare il digiuno e l’astinenza (soprattutto dall’erba) durante il mese di Ramadan.

All’inizio del 2013, Džochar disse agli amici di aver imparato a costruire una bomba, e che “c’erano cose per cui valeva la pena di combattere, usando la forza”. Gli amici derubricarono questa affermazione come una semplice stranezza, dal momento che Džochar non aveva mai dimostrato attaccamento all’Islam, né tantomeno idee fanatiche o radicali. Eppure il 9 aprile, sul suo profilo VK, tra centinaia di post su cibo, ragazze e vita universitaria comparvero un video sulla strage in Siria e uno su un ragazzo cieco che studiava il Corano. Poco meno di una settimana dopo, accadde la tragedia:

Il Patriot’s Day del 2013 cadeva il 15 aprile, ultimo giorno valido per pagare le tasse – coincidenza ironica per una grande vacanza americana. Alle 2.49 del pomeriggio di quel giorno, un paio d’ore dopo che il vincitore aveva concluso la Maratona di Boston, mentre i corridori attraversavano il traguardo come una corrente continua, due bombe esplosero presso la fine del percorso, uccidendo tre persone e ferendone almeno altre duecentosessantaquattro, sedici delle quali persero un arto.

Le indagini si concentrarono subito sulle persone “dall’aria sospetta, vale a dire musulmane, vale a dire più scure dei bianchi di Boston”. Le piste iniziali si risolsero in un nulla di fatto, ma subito dopo la diffusione delle foto dei sospettati i conoscenti e gli amici dei fratelli Carnaev non riuscivano a credere ai loro occhi. Durante gli interrogatori, molti di loro ripeterono all’FBI che non c’era stato nessun comportamento sospetto da parte dei fratelli, e che prima dell’attentato non apparivano tesi né preoccupati. È qui che Gessen si serve dell’ausilio di sociologi ed esperti per fugare molti dei preconcetti che affollavano la mente dell’opinione pubblica:

Lo psichiatra e sociologo Jerold Post, che studia i terroristi da decenni, scrive, “I terroristi non sono persone depresse, gravemente disturbate sul piano emotivo, o pazzi fanatici”. La sociologa Louise Richardson, una star indiscussa nel minuscolo campo degli studi accademici sul terrorismo, scrive dei terroristi: “La principale caratteristica condivisa è la normalità, nel senso che attribuiamo comunemente al termine. Gli studi psicologici del terrorismo sono sostanzialmente unanimi su questo punto. […]

Il comportamento di Jahar [Džochar aveva americanizzato il nome di battesimo] non offriva indizi su ciò che stava pianificando con Tamerlan e su dove pianificavano di nascondersi quando i loro volti fossero diventati noti – perché i fratelli non avevano alcun piano. Mentre Boston era sconvolta dalle esplosioni alla Maratona, ricorda Gessen, agli attentatori non era accaduto nulla di sconvolgente.

 

I due fratelli catturati dalle telecamere nell’area della Maratona

 

I fratelli erano in fuga, ma non avevano un piano, e fu proprio la loro imprevedibilità a mettere in difficoltà gli investigatori. I due furono catturati dopo una sparatoria a Watertown, nella periferia di Boston, sparatoria nella quale Tamerlan rimase ucciso dopo che Džochar, per tirare fuori il fratello da una colluttazione con gli agenti, lo investì. Tamerlan venne portato in ospedale, dove fu dichiarato morto poche ore dopo, e Džochar approfittò del caos per fuggire. Fu ritrovato nascosto in una barca il 19 aprile, era probabilmente rimasto lì per tutte le diciotto ore di ricerche. Dias e Bayan, nel frattempo, spaventati dall’eventualità di essere inclusi tra i sospettati, gettarono nella discarica del condominio uno zainetto trovato in camera di Džochar, contenente dei fuochi d’artificio svuotati e un vasetto di vaselina, probabilmente utilizzati nella fabbricazione degli ordigni. Bayan, Dias e Azamat ricevettero dall’FBI l’ordine di uscire dall’appartamento, e iniziarono gli interrogatori.

Seguendo politiche e pratiche stabilite almeno quindici anni prima dell’11 settembre 2001, gli investigatori si concentrarono sulla rete di contatti fra i sospetti e gli stranieri, presumendo che questa rete fosse ampia e pericolosa – in altre parole, presero moltissimi vicoli ciechi.

Con l’arresto di Džochar si conclude la parte centrale del reportage, e nella terza e ultima parte, “Dopo”, Gessen cerca di fare ordine in mezzo al caos delle ripercussioni sulla comunità cecena, degli interrogatori e delle indagini. È indubbiamente la parte meno convincente dell’opera, nonostante il lavoro certosino portato avanti nelle interviste e nel coinvolgimento di molti personaggi della comunità cecena locale: il libro è andato in stampa nel 2015, e ancora oggi molte delle ipotesi sui fratelli appaiono nebulose, e la segretezza mantenuta dalle autorità sulle informazioni relative al caso rende le soluzioni proposte da Gessen, non comprovabili, perlomeno dubbie, se non direttamente fantasiose. Tra le voci più critiche c’è quella di Janet Napolitano, Segretaria della Sicurezza Interna degli Stati Uniti dal 2009 al 2013, sotto il governo Obama, che in una recensione per il New York Times esprime un certo scetticismo per la parte finale del reportage, così come per la mancanza di copertura dell’attentato in sé a favore delle conseguenze.

Il capitolo si apre infatti con la testimonianza anonima di una donna cecena giunta a Boston come rifugiata sette anni prima, che vide nell’attentato “una catastrofe per i ceceni”. Completamente estranea alla famiglia Carnaev, ricevette una visita degli investigatori che si precipitarono ad arrestare suo marito, innescando una reazione a catena di panico e mutua assistenza tra gli immigrati della zona. Inizia quindi una digressione sulle politiche della guerra al terrore portate avanti dai tempi del governo Bush:

“Il terrore, come la paura, è un’emozione, e dichiarare guerra all’emozione è una strategia che difficilmente porta al successo”, ha dichiarato con fermezza la studiosa di terrorismo Louise Richardson in un libro del 2006. La National Security Strategy del presidente George W. Bush (2002) precisò meglio l’obiettivo della cosiddetta guerra, ma solo di poco: “Il nemico è il terrorismo – la violenza premeditata e politicamente motivata perpetrata contro i civili”. Al contrario del terrore, il terrorismo non è un’emozione ma un fenomeno, o addirittura uno strumento, tuttavia ciò non rende affatto più facile combatterlo. E, come osservava Heymann, dichiarare guerra a un nemico che non è uno Stato o una persona o un gruppo di persone rende impossibile stabilire quando la guerra è stata vinta o persa, o comunque conclusa.

La National Security Strategy venne modificata da Obama nel 2010, che definì quella che fino ad allora era stata la Guerra al Terrore una “guerra contro al-Qaida e i suoi affiliati”, mettendo in chiaro che l’obiettivo non fosse né la tattica del terrorismo né tantomeno la religione islamica in sé. Lo studioso e accademico Philip Heymann, autore di Terrorism, Freedom, and Security: Winning Without War, scrisse che “Poco terrorismo fa molta strada”, e la gestione delle indagini dopo l’attentato alla Maratona gli diede ragione.

Usando il linguaggio della guerra per parlare del terrorismo, l’amministrazione Bush poté ricorrere anche alle pratiche della guerra, scrive Gessen. […] Subito dopo gli attacchi dell’11 settembre, il presidente rivendicò il diritto di imprigionare chiunque, compresi i cittadini statunitensi su suolo americano, per un periodo indefinito senza accuse. […] Alcune delle misure più estreme di Bush furono eliminate negli anni successivi, ma l’abitudine di prendersela con i non cittadini – “analizzare a fini investigativi sulla base dello status di immigrazione”, nel linguaggio del Dipartimento di Giustizia – rimase. Questo accadde in parte perché, al contrario di misure straordinarie come la detenzione per un periodo indefinito dei cittadini, la detenzione per un periodo indefinito dei non cittadini non richiedeva alcun intervento legislativo. Per la maggior parte degli oltre mille e duecento stranieri detenuti dopo l’11 settembre, si potevano trovare violazioni di visti e altre irregolarità nell’immigrazione per giustificare l’imprigionamento: […] per il semplice fatto di essere non cittadini essi diventavano, di fronte alla legge, testimoni potenzialmente non disponibili a testimoniare se non fossero stati detenuti. Un numero infinito di persone venne espulso dopo la detenzione. Testimoniando davanti alla Commissione Nazionale sugli Attacchi Terroristici agli Stati Uniti, nel dicembre del 2003, Heymann indicò in questo ciclo – detenzione, udienze a porte chiuse, espulsione – una delle grandi minacce alla libertà contenute nella nuova politica e pratica antiterrorismo, “una vera e propria rivendicazione del diritto di far sparire gli individui dalla società americana in base a ordini esecutivi e senza la pubblicità necessaria per avere fiducia nella legittimità del vostro governo”.

 

Masha Gessen

 

Tra le vittime delle indagini Gessen ricorda Ibragim Todašev, pedinato dall’FBI (“la sorveglianza esplicita e minacciosa è una tipica tattica dell’FBI che veniva applicata a parecchi amici di Tamerlan”) e ucciso in una sparatoria a Orlando. Vi sono delle stranezze nella sua morte, a partire dall’ipotesi di un legame con il triplice omicidio legato alla droga -ipotesi scartata dalla moglie Reni, che osservando i dati delle carte di credito notò che il marito quel giorno non si trovava nei dintorni di Boston- e della documentazione ufficiale fornita dagli agenti. Il poliziotto che sparò a Todašev era finito più volte in tribunale, la prima per aver falsificato un rapporto e le altre per aver percosso e maltrattato dei sospettati. Reni, la vedova di Todašev, ed Elena, la madre, erano completamente disilluse: “L’America non era migliore della Russia, era solo più brava a mentire”. Si accorsero che le regole non scritte che valevano in Russia, dove la polizia segreta uccideva le persone quando voleva, […] poteva e voleva inscenare tragedie per i suoi scopi, o per quelli del governo, erano le stesse anche nella terra del sogno americano. La promessa di equità, trasparenza e onestà dell’America si era rivelata un inganno. Elena entrò a far parte delle comunità online che difendevano Džochar, dei gruppi piuttosto eterogenei composti da “dubbiosi di sinistra, teorici del complotto di destra, giovani donne invaghite di Jahar e donne di mezza età sconvolte dalla barbarie di tenere in vita un giovane per ucciderlo dopo un processo dall’esito predeterminato (3)”.

Dopo un excursus sui processi agli amici di Džochar, che si erano liberati delle prove, si apre l’ultimo capitolo, dove tra indagini e conversazioni con le conoscenze daghestane di Tamerlan l’inchiesta giunge a una conclusione, che si rivela però incompleta e insoddisfacente. La pista a cui Gessen sembra dare più credito, che peraltro si risolve in una teoria estremamente popolare nelle comunità online di appassionati di cronaca, è quella che vede Tamerlan come un informatore dell’FBI, e che fu proprio questo contatto con i federali a rendere così segreti i dettagli delle indagini – un’ipotesi che, almeno per il momento, non è confermata né completamente verificabile.

In una conversazione con Gadžiev, Gessen rievoca la sua esperienza come reporter in Cecenia, e sostiene che fu proprio la combinazione tra il background ceceno degli attentatori e l’esperienza dell’essere immigrati negli States, comune a Gessen e ai fratelli, a fornire lo spunto decisivo per la stesura del libro. Se tuttavia la ricerca giornalistica si era concentrata principalmente sui fattori sociali dell’attentato alla Maratona (non vi sono infatti dettagli sul rapporto tra i due fratelli, né sulla cronologia dell’elaborazione del piano – ma, di nuovo, Tamerlan era morto e il processo a Džochar era ancora in corso), Gessen è ben consapevole del rischio di una potenziale interpretazione dell’intera tragedia come una semplice lente di concause in cui il libero arbitrio degli attentatori viene delegittimato, ed è Gadžiev a sollevare quest’obiezione:

“Così lei è una di quelle persone che ritengono sia tutta colpa delle ingiustizie sociali”, disse, con la voce che tremava di disappunto. “Perché non riesce a convincersi che era semplicemente contrario alla politica estera degli USA e l’ha fatto per questo?”.

In realtà ci riesco e credo effettivamente che non solo Tamerlan ma anche Jahar possano aver fatto una scelta razionale – cioè una scelta coerente con i loro valori e il loro modo di concepire i rapporti causali – e come risultato di quella scelta abbiano messo delle bombe che hanno ucciso tre persone e ne hanno ferite almeno duecentosessantaquattro. La storia che cercavo di raccontare non parlava di grandi cospirazioni e neanche di enormi esempi di ingiustizia. Le persone che hanno un ruolo chiave in questa storia sono poche, le idee che coltivano sono semplici e i piani che elaborano sono tutt’altro che lungimiranti. Era il tipo di storia a cui è più difficile e spaventoso credere.

A guidare sia l’operato delle forze investigative e di polizia che i media e gli studi sul terrorismo era il concetto di radicalizzazione, secondo la quale “una persona diventa terrorista attraverso tappe ben identificabili che lo portano ad adottare idee sempre più radicali, finché passa all’azione”. Eppure, la caccia alle reti di radicalizzazione non ha condotto ai risultati sperati, perché sono pochi gli individui che sostengono idee davvero radicali, e ancor meno quelli che le mettono in pratica con la violenza. Il percorso di vita di Tamerlan Carnaev non sembrava suggerire risposte abbastanza soddisfacenti, e l’illogicità dell’ipotesi proposta da Gadžiev la rendeva difficile da accettare. Le teorie più comuni vedevano il governo Putin o l’FBI dietro agli attentati, il primo per convincere l’opinione pubblica occidentale della pericolosità dei terroristi ceceni, in modo da ricevere sostegno militare nel Caucaso, il secondo per verificare la possibilità di istituire la legge marziale negli States. Eppure, forse anche a fronte dei numerosi complotti e delle dietrologie, è proprio questa mancanza di un movente a rendere l’attentato alla Maratona così spiazzante. “Ciò che davvero manca nel racconto”, scrive Gessen, “è una spiegazione chiara e comprensibile di come due giovani che sembrano uguali a centinaia di migliaia di altri giovani siano arrivati a compiere una strage nel centro della loro stessa città”.

Appoggiandosi alle ricerche di Martha Crenshaw e Scott Atran, Gessen dimostra che la caratteristica più comune dei terroristi è la loro normalità, e che molti membri dei gruppi jihadisti, che Atran studiò da vicino, “sono di solito poco più che ventenni, sono spesso immigrati, di solito hanno studiato in scuole laiche, spesso a indirizzo scientifico, sono di solito sposati e il loro background socio-economico è solitamente di piccolo-borghesi ma emarginati”. Secondo Crenshaw, a favorire l’azione terroristica sono l’esclusione del gruppo dalla vita politica e l’alta tolleranza al rischio, quale è il caso delle zone di guerra. Eppure la maggior parte dei giovani immigrati che corrispondono al profilo non commettono atti terroristici, e l’unica risposta logica che Gessen sembra fornire “richiede immaginazione”, ed è la già citata ipotesi di una collaborazione tra l’FBI e Tamerlan. Se anche la soluzione proposta da Gessen risulta insoddisfacente, la lettura vale anche solo per il metodo di ricerca: la lungimiranza del reportage sta infatti nell’aver raccontato l’impatto dell’attentato fuori dalle notizie di cronaca e dalla morbosità dei media tradizionali, rivelando attraverso le parole di Gadžiev che è proprio la discrepanza tra la banalità delle cause e la gravità degli effetti a creare un cortocircuito non solo nella tragedia, ma anche nel suo racconto.

 

Note:

Ringraziamo Carbonio Editore per averci inviato una copia del libro. Tutte le citazioni provengono dalla traduzione in italiano, che è a cura di Alberto Cristofori.
1) La traslitterazione Carnaev segue le norme in uso in italiano. Tsarnaev, invece, che è quella mantenuta nella traduzione italiana, segue le norme della traslitterazione dei Paesi anglofoni.
2) Quanto alla distinzione tra salafismo e wahabismo Gessen non fornisce fonti per approfondire, consigliamo questo articolo.
3) All’epoca della pubblicazione si stava ancora discutendo la pena per Džochar, la condanna a morte per iniezione letale si ebbe infatti soltanto il 15 maggio 2015, pochi mesi dopo l’uscita del libro. Tuttavia, poco meno di un anno fa, il 31 luglio 2020, la sentenza fu annullata e la pena commutata all’ergastolo.

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