Il cono d’ombra: gli sconfitti e i dimenticati in Ljudmila Ulickaja e Nino Haratischwili

09/08/2021Agnese Cossu

Nino Haratischwili nasce a Tbilisi, Georgia, nel 1983. Emigra in Germania da giovanissima, per sottrarsi ai rivolgimenti seguiti al crollo dell’Unione Sovietica. Nel nuovo Paese studia teatro, poi, nel 2010, approda alla scrittura con Juja. Non scrive in georgiano, ma in tedesco. Nei suoi romanzi racconta mondi lontani ma non troppo: gli ultimi in modo particolare parlano di Russia, Georgia e del periodo sovietico. Temi complessi, da cui l’Europa e specialmente la Germania sono al contempo attratte e respinte. Fin dagli esordi desta interesse nel pubblico e nella critica, e nel giro di pochi anni viene tradotta in diverse lingue e riceve numerosi riconoscimenti. Tra i vari, il Premio Adelbert von Chamisso e il Premio Anna Seghers.

Ljudmila Evgenev’na Ulickaja, classe 1943, viene invece dalla Baschiria, allora Repubblica autonoma della Federazione Russa. Nata a Davlekanovo da famiglia di origini ebraiche, studia e si laurea alla facoltà di genetica di Mosca. Dopo due anni di lavoro all’Accademia delle Scienze viene licenziata con l’accusa di diffusione in samizdat di libri proibiti. Attraversa un momento di difficoltà, che si conclude con il nuovo impiego al Teatro Ebraico di Mosca e l’inizio della sua carriera di scrittrice. Nel 1992 pubblica il primo romanzo, Sonečka, che incontra subito i favori del pubblico. Nel 2001 acquista notorietà a livello internazionale con Vesëlye pochorony (The Funeral Party), che esce in traduzione negli Stati Uniti. Negli anni ha ricevuto vari premi, tra i quali il Russkij Buker, il Premio UNESCO Simon de Beauvoir e il Premio di Stato austriaco per la letteratura europea. Benché sia di religione cristiana, a Ulickaja viene riconosciuto un particolare legame con la cultura ebraica. Ad oggi vive tra la Russia e Israele.

Bastano pochi riferimenti biografici per rendersene conto: parliamo di due scrittrici profondamente diverse. Cambia la generazione, cambia la provenienza, cambia la formazione. E, di conseguenza, non può che cambiare lo sguardo sul mondo. Eppure, grattando la patina delle differenze superficiali, si scoprono linee comuni profonde. Inizialmente percepite come una sensazione, tuttalpiù un abbaglio, assumono contorni sempre più precisi man mano che la lettura dei rispettivi romanzi avanza… E spingono il lettore attento sulla strada di un’analisi che finisce per riguardare inevitabilmente non soltanto la letteratura, ma tutto ciò di cui essa è espressione: in breve, la realtà che dalla letteratura viene contemporaneamente codificata e decodificata.

Da queste basi prende le mosse la prospettiva comparata con cui ci approcceremo alle ultime uscite in traduzione italiana di ciascuna delle due autrici: L’ottava vita (per Brilka) (Marsilio, 2020) di Haratischwili e Una storia russa (Bompiani, 2016) di Ulickaja. 

L’ottava vita è una saga familiare sui generis. Attraverso le vicissitudini dei membri della famiglia Jashi ricostruisce oltre un secolo di storia – da fine ‘800 agli anni ’90 del ‘900 – passando per il dolore di un Paese ma anche di un intero mondo. Le vicende sono narrate da più punti di vista: ciascuno degli otto libri è dedicato ad un personaggio, che viene raccontato in terza persona ma che imprime inequivocabilmente un suo timbro allo sguardo sugli avvenimenti. Tante sono le protagoniste femminili: due su tutte Stasia, l’eccentrica e fragile mater familias, e Brilka, l’ultima, la bambina che si muove incerta verso il futuro e le speranze della sua “ottava vita”. Presa in mezzo c’è Niza, alter ego dell’autrice, che prova a dar voce non solo alle esistenze degli altri ma anche e soprattutto alla propria, con la quale pare non aver mai fatto definitivamente i conti.

Una storia russa segue invece la crescita e i destini di tre ragazzi moscoviti, Micha, Sanja e Il’ja, diversi per origini e carattere ma accomunati da una grande amicizia e da una sfrenata passione per la letteratura. In realtà le loro storie sono solo un punto di partenza: Ulickaja non tarda a muoversi, con grande abilità e senza che il lettore neppure se ne accorga, fra le vite degli innumerevoli personaggi che i protagonisti incontrano sul loro cammino. Dal punto di vista dell’ambientazione storica il romanzo sembra coprire un minor lasso di tempo rispetto a L’ottava vita: non inizia a fine XIX secolo ma negli anni ’50 del ‘900. Tuttavia, si fa presto ad accorgersi che l’ordine cronologico è assai poco importante nella storia. Saltando avanti e indietro, chi legge sperimenta quasi in prima persona tutto il caos e l’inarrestabile forza degli anni dell’Unione Sovietica.

Come si può intuire dalle sinossi, le autrici hanno intenti ambiziosi. Si tratta di due opere monumentali, e questo suggerisce fin da subito quale sia il tipo di operazione letteraria che mirano – più o meno consapevolmente – a mettere in atto. Da un lato c’è la “furbizia” di una costruzione che guarda al primo impatto sul lettore: un simile numero di pagine oggi non può che colpire di per sé, ed è indice di intenzioni di cui proveremo a ragionare più avanti. Dall’altro lato si rende evidente il conclamato intento di ripresa, da parte di entrambe le scrittrici, della grande tradizione romanzesca russa. O, più in generale, ottocentesca. Qui si impone una delle prime, grandi distinzioni, che ci cala subito all’interno dell’impostazione dei due romanzi.

 

L’uomo e la Storia

Una storia russa inizia con una citazione di Pasternak: “Non si consoli con l’ingiustizia dei tempi. La loro ingiustizia morale non ci rende ancora giusti, non basta la loro disumanità a farci uomini solo in virtù del nostro dissenso.”.

L’ottava vita inizia con una dedica alla nonna, al padre e alla madre dell’autrice, e con un proverbio georgiano: “Sono i tempi che regnano, non i re.”.

Ulickaja, fin da subito, si fa portavoce della tradizione letteraria russa più illustre e canonica, e non esiterà a ribadirlo nel corso della narrazione. In particolare, la prima metà del racconto trabocca di Tolstoj, Pasternak, Puškin, Lermontov, perfino i decabristi… Ma anche “santi” di più recente canonizzazione, come Majakovskij e Cvetaeva. Oltre ad essere una dichiarazione di intenti, tutto ciò si riverbera sulle posizioni artistiche dell’autrice: in sostanza, squisitamente tolstojane. Da una prospettiva razionale e monologica, per dirla alla maniera di Bachtin, Ulickaja mira a restituire un quadro realistico e corale senza soffermarsi troppo sulle individualità e sui loro moti interiori. Lo stile è leggero, incalzante, maneggiato con piena consapevolezza e con precisione chirurgica. L’impressione che crea è quella di un turbinio caotico in cui i tasselli più disparati, le più differenti “sacche” di vita si uniscono e si incrociano, spariscono e ricompaiono, si mostrano sotto luci diametralmente opposte e si spostano sui piani del significato e dell’effetto che producono su chi legge. La scena di folla dopo i funerali di Stalin, che ha come protagonista il giovane Il’ja, è un dipinto espressionista messo in prosa. L’ordine cronologico non esiste e non importa, perché ciò a cui Ulickaja mira è un altro tipo di ordine, se possibile superiore: quello dell’esperienza umana nel suo complesso, al contempo sensata e insensata ma essenzialmente autonoma. Un unico, maestoso flusso, superiore a qualsiasi piccolezza individuale. Con un’apparente contraddizione, si tratta di un moto che parte dagli esseri umani ma da ultimo si rende autonomo da essi, diventando qualcosa d’altro e perdendo la sua specificità. Potremmo azzardare un’identificazione con la Storia, intesa in senso hegeliano.

Un punto di vista dunque estremamente razionale, quasi illuminista. Non è casuale il grande interesse per la musica, anche nei suoi aspetti formali, sempre presente ed esplorata a fondo attraverso il personaggio di Sanja. Forte è anche la presenza della scienza, che viene direttamente dalla formazione universitaria e professionale dell’autrice. Oltre a ciò, una simile visione si pone in continuità con la concezione russa della Storia come teatro di forze assolute, in cui la Russia gioca un ruolo privilegiato. Insomma, il messianesimo della Mosca terza Roma di cui, per fare un solo esempio, scrive Gogol’ nel finale de Le anime morte. Non c’è posto per le idiosincrasie alla Dostoevskij, nominato sì e no due volte in un mare di citazioni letterarie, e nemmeno con tanta riverenza: “E non riuscì a dire altro che qualche sciocchezza nello spirito di Dostoevskij: «Sono colpevole davanti a tutti gli uomini per tutti e per tutto…»”. Non c’è spazio per le luci e le ombre di un animo umano percepito, in fin dei conti, come inessenziale.

Con Haratischwili si entra in un altro mondo. Lo stile inciampa, è acerbo, legnoso, molto meno ragionato e a volte di un’ingenuità quasi imbarazzante nella scelta delle immagini e delle espressioni. Ovviamente non si può ignorare l’esistenza, per questa scrittrice, di una barriera linguistica non indifferente, che viene brillantemente superata ma che comunque ha un suo peso. È evidente come, per Haratischwili, la scrittura scaturisca da un’urgenza di espressione, di racconto. Il punto di partenza è l’idea di un passaggio attraverso l’umanità – e, in particolare, attraverso una delle sue fasi storiche – tramite un’epopea familiare. Si tratta tuttavia di un’umanità vista dal basso, dal di dentro. La linea sembra essere quella del realismo magico, che però viene gestita grossolanamente e perde molto del suo potenziale. Quello che dovrebbe essere il punto di forza di una simile narrazione, l’incontro tra fiabesco e orrorifico, risulta meno un amalgama e più uno stridio tra le due parti, con la componente fiabesca eccessivamente ingenua e quella orrorifica molto carica e un po’ troppo scopertamente orientata a scioccare il lettore.

Ciononostante, L’ottava vita è un romanzo di forte impatto. Possiede una vivacità e una vitalità che ad Ulickaja non appartengono, è evidente che in Haratischwili la spinta poetica è forte e mira innanzitutto a creare un dialogo con chi l’ascolta. A ciò aggiungiamo che si tratta di un romanzo semi-autobiografico, il che presuppone un ovvio coinvolgimento della voce narrante. E aggiungiamo pure che, per questioni generazionali, la partecipazione alla Storia e alle vicende umane è stata forse meno diretta per Haratischwili che per Ulickaja; ma che, al contempo, è il medesimo divario generazionale a far sì che per Haratischwili, più giovane e costretta a darsi un’identità attraverso racconti e passaparola, la stessa Storia costituisca una ferita molto più aperta e di là dal rimarginarsi. Questo risulta in visioni assai diverse dell’uomo e del senso dei fatti storici: in Haratischwili c’è una concentrazione sull’individuo (specialmente femminile) quasi dolorosa. I personaggi sono ben lontani dall’essere archetipi, macchiette, “caratteri”, sono invece carne viva che si accaparra il primo posto in scena. Il vero centro della scrittura di Haratischwili è il dolore: come base della Storia, e come collante dei fatti umani. Dolore i cui primi semi si trovano essenzialmente nelle esperienze individuali. Dunque, ricorrendo ancora una volta al solito, polveroso confronto: Dostoevskij, non Tolstoj. In epigrafe ad una delle sezioni del libro su Kostja c’è una frase di Šostakovič, che recita: “Il diritto al dolore è un privilegio.”.

A differenza di Ulickaja, Haratischwili ha forse un’idea più “limitata” (e anche un po’ più stereotipata) dell’arco temporale su cui si concentra, ci sono tentativi di ascrivere il dolore solo al “secolo di sangue” e concentrare le speranze sul futuro che verrà, rappresentato dalla giovanissima Brilka. Anche l’alternanza tra fiction e racconto di fatti storici, che vorrebbe restituire lo stretto legame che corre tra dimensione pubblica e privata, è messa in pratica in maniera piuttosto rozza, con semplici giustapposizioni o attraverso l’uso di ellissi e nomignoli per riferirsi ai capi di Stato, ai grandi mostri, che alla lunga riescono stucchevoli. Haratischwili fa molta fatica a contenere le sue riflessioni, a metterle in ordine, i giochi sono e rimangono aperti e ben lungi dal risultare compiuti. Questa difficoltà dell’autrice è resa esplicita da una delle metafore ricorrenti del romanzo, quella dell’arazzo in cui centinaia di fili di diversi colori si intrecciano fino a rendersi indistinguibili, inestricabili, impossibili da considerare se non l’uno in relazione con l’altro. Il prologo, in cui l’immagine compare per la prima volta, si intitola “Lo spartito dell’oblio”. Forse un po’enfatico, ma molto eloquente. Il disordine assume i contorni di legge universale, da combattere e assecondare allo stesso tempo. C’è una ricerca quasi ossessiva della resa accurata delle singole storie, accompagnata dalla consapevolezza dell’impossibilità di rendere loro completa giustizia e restituirle in tutte le loro sfaccettature. L’attenzione ancora una volta si rivolge ai protagonisti, alla loro quotidianità: Haratischwili ingaggia un continuo dialogo con la Storia tramite tutte le particelle della vita comune, dalle parole agli oggetti, che, lontani dall’essere insignificanti, assumono una valenza superumana di mezzi magici. Il sesto libro comincia con un bellissimo, torrenziale elenco di oggetti, scenari e cibi che hanno scandito ogni infanzia sovietica tra gli anni ’70 e ’80, ed è attraverso queste parti che emerge, da sé, la complessità del quadro intero:

“Per me e Daria, Unione Sovietica era marce funebri, processioni, garofani ovunque e scene macabre trasmesse da tutti i canali televisivi ogni volta che moriva un vecchio signore del Partito comunista.

[…] La Gaz 13 del nonno, i cubetti colorati di plastilina con i ranocchi, lo shampoo giallo Krja-Krja per i bambini, la crema da barba Start del nonno, il talco con la testa del gatto sul barattolo, che era nell’armadietto del bagno e noi non dovevamo usare.

[…] La saponetta marroncina senza odore, che si chiamava proprio Saponetta.”

Approfitto per dire che, a proposito di realismo fantastico, i mezzi magici in L’ottava vita abbondano. Uno su tutti la cioccolata, segreto e disgrazia degli Jashi, al contempo pozione, elisir, veleno e carica di ogni sorta di simbologie. Importante e organica al testo è l’influenza della tradizione georgiana e di una dimensione irrazionale, mistica e riconducibile alle leggende. Da essa è mutuata anche l’insistenza sullo scorrere del tempo e, soprattutto, sulla sua qualità ciclica. In Ulickaja, per contro, i mezzi magici sono del tutto assenti: anche il fantastico in Una storia russa è controllato e razionalizzato. Tuttalpiù spunta qua e là qualche immagine evocativa in stile favoletta morale, come ad esempio la “tenda verde” del titolo russo (Zelёnyj šatër). Quest’ultimo è però anche un richiamo al misticismo ebraico, di cui parleremo tra poco.

 

Riferimenti culturali

Qui si apre un discorso che, per entrambe le autrici, merita particolare attenzione: quello dei riferimenti culturali. Il quale a sua volta porta alla luce il tema del rapporto centro-periferia, da sempre cruciale per la Russia e in particolare per le (ora) ex repubbliche. Per Haratischwili, come già abbiamo detto, su tutto dominano abbondanza e molteplicità. Ogni sezione degli otto libri de L’ottava vita inizia con una citazione che ne riassume il senso, e le fonti sono le più disparate: dalla Achmatova a Vysockij, dal Manifesto del Partito Comunista a Billie Holiday. Ciò che la scrittrice vuole raccontare passa per l’esperienza umana, le singole vite e tutto ciò che le riguarda: non ci si limita a parlare di un Paese ma di un periodo storico e di un mondo umano reale, con le sue mille connessioni anche internazionali.

Ciò viene facile ad un’autrice cosmopolita ma anche a una georgiana, di quelli che nel prologo del romanzo vengono descritti come ricchi di contraddizioni, ma anche di curiosità. Pur nelle sue chiusure, la Georgia è una nazione che dalla Storia è stata “agita”, su cui la Storia si è snodata nel suo flusso inarrestabile senza che nessuno si percepisse in grado di prenderne le redini e controllarne il corso. Questo è tipico dei luoghi che hanno vissuto condizioni di subalternità. E tuttavia, proprio per questo, il Paese ha potuto accogliere in sé l’incalcolabile fermento che deriva da una situazione di incontro-scontro tra culture, di tensione complessa ma feconda. In questo senso il dialogo tra centro e periferia in Haratischwili è continuo, e man mano che i tempi di cui tratta avanzano si fa dialogo tra vari centri e varie periferie. Lo sradicamento è parte fondante delle esistenze dei suoi personaggi (probabilmente anche della sua), dal primo all’ultimo. E non si tratta soltanto di uno sradicamento esistenziale – più tipicamente russo e infatti presente in Ulickaja – bensì di un’alienazione fisica e mentale sperimentata su più livelli: ambientale, emotivo, di genere. Enorme, a tal proposito, è lo spazio dato alle soggettività femminili, di cui si esplora lo stare al mondo anche negli aspetti più terribili e agghiaccianti. Non a caso l’orrorifica scena della vecchia scuola, che vede Kitty come protagonista, è uno degli episodi centrali della saga.

In Ulickaja tutto ciò è assente, perché è diverso il punto di partenza: non si mira a parlare davvero di tutta l’umanità, quanto piuttosto a restituire una particolare idea di esperienza umana di cui la Russia e i russi sono l’archetipo. La Russia, insomma, come misura di tutte le cose, ancora una volta del tutto in linea con gran parte della tradizione letteraria e filosofica nazionale. Una “storia russa” per raccontare tutte le altre storie… Sempre che le si voglia davvero raccontare. Per Ulickaja i riferimenti culturali sono molto meno vari e vivaci, anche se in apparenza sembrerebbe il contrario. Si parla in sostanza di canone, come già abbiamo detto.

Però c’è un però: anche in Ulickaja esistono i semi dello sradicamento, dell’alterità, che risiedono nelle sue origini provinciali e, più ancora, ebraiche. La cultura ebraica è piuttosto presente nella sua scrittura, ma di fatto gioca la parte di un grande assente, un convitato di pietra (e infatti: Puškin!). Viene descritta come un’alterità che prende forme perlopiù superficiali, come la particolare “sensibilità” del giovane Micha. La “russità” di Ulickaja non pare solo un dato di fatto, di appartenenza, ma una scelta consapevole e rivendicata: si veda il fatto che la scrittrice è di religione cristiana ortodossa. Ciò risulta in un inquadramento della sua appartenenza a varie periferie nei parametri convenzionali attraverso cui il centro guarda alle periferie. Inscritta insomma nel punto di vista di chi domina. Credo – anche se si tratta di una mera supposizione – che sia anche per questo che Ulickaja è apprezzata e riconosciuta in patria come narratrice della realtà ebraica: perché ne parla in modo canonico e rassicurante. Così facendo vanno a perdersi tutta la vitalità e la complessità di cui sopra. È pur vero però che dietro questa patina stentorea si avverte un brulichio, represso in ragione dello stile monologico. Così com’è vero che la complessità poi in realtà c’è, anche se forse ad un livello più intimo e personale che riguarda in primo luogo l’autrice, e soltanto poi la scrittura: non si sa mai fino a che punto un individuo venga influenzato dalle realtà che vive, né quali narrazioni crei su sé stesso. Ulickaja, rispetto ad Haratischwili, dà l’idea di qualcuno che, come persona e come scrittrice, ha avuto il tempo di creare – e di crearsi – molte più sovrastrutture.

Particolare menzione va fatta degli altri tipi di diversità che compaiono in Una storia russa, come la condizione femminile o l’omosessualità. Anche su queste l’autrice glissa abilmente: più che caratteristiche che causano problemi ai singoli perché inserite in un contesto più ampio, assumono la dimensione di peculiarità individuali come possono essercene tante, “parte della vita” e dunque particella trascurabile dell’intero. In una parola, in linea con ciò che già è stato detto, il loro approfondimento viene sacrificato in favore dell’universalità del quadro. Anche in questo caso c’è poi la possibilità che l’autrice non voglia addentrarsi troppo in questioni scomode, data la vastità del suo bacino di lettori. L’omosessualità di Sanja non viene mai menzionata apertamente: il confine tra scelta stilistica e scelta di comodo è sottile e sfumato.

 

Alla ricerca di un senso

Concludo con una riflessione sul significato che possono avere oggi due romanzi come L’ottava vita e Una storia russa.

Come scrivevo all’inizio siamo davanti ad opere di vasta mole, che da subito, anche se con appeal diversi, si propongono al lettore come qualcosa di importante. Questo ha a che fare con i vari livelli di complessità e di fruizione che entrambi i romanzi possiedono: sono perfettamente godibili come testi d’intrattenimento, e al lettore che li approccia per quel verso possono ricordare grandi saghe come Il signore degli anelli; c’è poi il sottobosco di tecniche, significati, riferimenti culturali di cui abbiamo parlato, che invece attira lettori più esperti a cui molto probabilmente rammenta i grandi classici del passato. In effetti, come abbiamo avuto modo di approfondire, L’ottava vita e Una storia russa hanno tanto del romanzo ottocentesco. Non soltanto per la ripresa del modello stilistico e di una tradizione letteraria unica come quella russa, ma anche per la dignità che scelgono di dare all’atto dello scrivere e del raccontare. In essi l’intento è quello di ricercare un senso dell’esistenza umana, a partire dalla stessa. Non c’è vergogna a teorizzare su questo, ad avanzare proposte di significato, anzi, il tutto viene visto (specie da Haratischwili) come una necessità, azzarderei, storica.  Anche se da punti di vista differenti, avviene una ripresa delle vicende umane nella loro totalità, il che risulta di per sé interessante e fruibile a più livelli perché va oltre l’impostazione e la dignità canonica dell’opera. Che è ciò che facevano i grandi romanzi ottocenteschi ma anche, per esempio, i generi del feuilleton e del romanzo di formazione, che avevano peraltro grande successo di pubblico perché la ricezione era forse più ingenua ma anche più composita. L’interesse per la vita o le sue rappresentazioni e, perché no, anche le teorizzazioni su di essa, era effettivo.

Sorprendentemente, è tracciabile un paragone con la contemporaneità: la mole dei nuovi romanzi di intrattenimento ad ambientazione storica, alla Sarah Dunant o sul genere de I leoni di Sicilia, cresce mese dopo mese. Il mio Ereader, appena acquistato Una storia russa, ha preso a suggerirmi decine di letture dello stesso tipo. Un simile fenomeno, di cui opere come L’ottava vita e Una storia russa fanno parte e a cui donano spessore, ci dice chiaramente che questo genere di operazioni letterarie non solo vengono riprese e riproposte, ma godono anche di una certa notorietà. Ciò ovviamente dipende da molteplici fattori, ma credo di poter dire che, dal punto di vista del discorso letterario, determina una doppia tendenza, sia del pubblico sia del mondo letterario: quella dell’emancipazione dalla caduta nel non-senso di cui il panorama culturale (e non solo) è stato schiavo dal postmodernismo in poi. Non a caso ho parlato di esigenza storica: lo smarrimento e la ricerca di senso sono atteggiamenti umani, che potremmo dire connaturati e più o meno influenzati e repressi dalle condizioni storiche e culturali. Ebbene, oggi si tratta di temi quantomai urgenti, la ricerca di significato diventa una caratteristica imprescindibile. Spesso si rivolge al passato, per decontestualizzare e non creare troppo dolore. In effetti anche romanzi come L’ottava vita e Una storia russa fanno ragionamenti generali e non tracciano particolari tendenze che ricolleghino al presente. Ma, d’altronde, si tratta pur sempre di narrativa, non di saggi di antropologia. E già poter notare una simile sottotraccia, in questo particolare momento storico, è interessante e porta a ben sperare.

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