Di Perestrojka, chitarre e cambiamenti: Viktor Coj e i Kino

15/08/2021Romano Marra

Una tazza da tè ingiallita, l’odore persistente di sigaretta e pod’ezd e fuori l’ennesima nevicata che ha coperto tutto il davanzale. Nelle cuffie pačka sigaret di Coj che mi invita a uscire per la strada e a fumare insieme a lui e io non rifiuto la proposta. Mentre sono fuori mi godo quel momento: Mosca che si prepara per la notte, la neve che ricomincia a cadere imperturbata e quelle note malinconiche che accompagnano ogni boccata. Россия для грустных, это храм тоски, dicono. E non hanno tutti i torti. Abitare in Russia ti porta a vedere la vita con un’ottica totalmente diversa, ti rende più riflessivo. O perlomeno questo è stato l’effetto che hanno avuto le serate invernali moscovite sulla mia pelle, quando a fare compagnia al mio flaneurismo urbano erano il freddo, gli spazzaneve la voce di Coj. Ed è proprio di lui che voglio parlare.

Il fenomeno del rock in Unione Sovietica non ha avuto vita semplice, dal momento che la sua caratteristica intrinseca è stata la clandestinità. E proprio perché era un elemento al di fuori dell’egemonia culturale del sistema, doveva essere in qualche modo tenuto segreto. La vita di questo nuovo fenomeno è proceduta in parallelo rispetto agli altri generi, proprio per evitare la censura da parte degli organi, dal momento che i testi erano spontanei, raccontavano le mitologie del quotidiano, la semplicità del byt’ sovietico e quella realtà non “di facciata” che il sistema tentava di rimpinguare con le varie opere autocelebrative create dallo Stato stesso. Il rock sovietico non ha mai ricevuto dignità dal punto di vista accademico ed è sempre stato tralasciato, ma in quanto prodotto culturale strettamente collegato al popolo è significativo per poter capire che aria tirasse da quel lato della cortina di ferro.

I primi timidi segnali di attività di questo nuovo movimento si ebbero già negli anni Sessanta quando, complice la posizione di Leningrado, aperta fisicamente e culturalmente all’Europa, iniziarono a diffondersi le sonorità rock, già diventate parte fondamentale del tessuto sonoro della cultura occidentale. Le prime esperienze rock oggi sono iniziate un decennio più tardi, negli anni Settanta ma, agli albori, c’era ancora un gruppo indefinito di generi e canzoni; da un lato esisteva il monopolio della casa discografica Melodija, l’unica avente il diritto di pubblicare e diffondere musica, dall’altro lato invece si apriva uno spazio di diverse esperienze musicali che è possibile racchiudere nella categoria dell’avtorskaja pesnja (canzone d’autore), caratterizzata prevalentemente da voce e accompagnamento di chitarra.

La stagione del rock “primordiale” venne inaugurata nel 1965 con la prima canzone in lingua russa Gde tot kraj? del gruppo Sokol. Tuttavia, allora non si parlava ancora di rock come lo intendiamo oggi; c’era solamente un’esperienza definita “beat” che però si era già scontrata con i primi problemi. In primis vi era l’impossibilità di ottenere degli studi di registrazione, in secundis il problema del proseguimento degli studi, dal momento che, una volta terminata l’università, i giovani erano costretti a trovare lavoro (in URSS vigeva allora il reato di parassitismo sociale) oppure a entrare nei VIA (Vokal’no-instrumental’nyj ansambl’ – Ensemble musicali vocali), che erano le band formalmente approvate e riconosciute dal governo sovietico.

Gli anni Settanta segnano il punto di svolta per la musica sovietica, perché possiamo trovare due diverse realtà parallele: da un lato c’è la musica dei vari ensemble come ad esempio Ariel’, Cvety, Pojuščie gitary, dall’altro inizia a svilupparsi all’interno di cantine e luoghi segreti una musica diversa. Le differenze tra queste due forme culturali sono abbastanza marcate: i primi eseguivano il repertorio approvato esclusivamente dai consigli artistici, potevano esibirsi e registrare, ma la loro musica era ben lontana dal rock moderno. I secondi invece erano dei collettivi amatoriali (Avtograf, Rossijane, Mify) che spesso si sono esibiti in clandestinità, le cui canzoni si sono diffuse tramite nastri: sono proprio questi gruppi a essersi avvicinati alle esperienze rock moderne e a essere stati i precursori dei grandi movimenti rock underground degli anni Ottanta. La situazione più peculiare di questo periodo è l’insorgenza di un fenomeno molto interessante di stampo tipicamente sovietico: nascono i cosiddetti kvartirniki. Gli appartamenti sovietici re-inscrivono le pratiche culturali al proprio interno; così facendo non erano più semplici posti dove si abitava, ma diventavano la terra della libertà dove ognuno poteva trovarsi, suonare la propria musica, leggere i propri scritti. In tal modo si accentuava la separazione tra la cultura ufficiale, approvata dal sistema sovietico, e quella parallela, grazie alla quale si raggiungerà nel decennio successivo l’apice del rock underground sovietico di cui i Kino fanno parte. È proprio grazie a questi piccoli concerti negli appartamenti che il rock ricevette un’aura quasi di sacralità, un’esperienza irripetibile caratterizzata dall’hic et nunc, dove si annullavano i legami spazio-tempo e si entrava all’interno di un mondo parallelo, dove a primeggiare erano la musica, i testi e soprattutto il desiderio di comunità e di unione.

 

Il primo concerto del Leningrad Rock Club, marzo 1981

 

Con gli anni Ottanta si apre la grande stagione del rock: è il periodo delle band più conosciute come Agata Kristi, Kino, DDT, Graždanskaja Oborona, Nautilus Pompilius che hanno canonizzato il genere del rock sovietico per eccellenza, non però senza problemi. Se da un lato il fenomeno iniziò a diffondersi rapidamente, dall’altro c’erano le spinte del governo che provava a rendere difficile la vita ai vari collettivi soprattutto sotto Černenko, che aveva iniziato una caccia ai vari gruppi musicali, i quali si ritrovavano ancora una volta costretti alla clandestinità. Uno dei motivi scatenanti questa forma di ostilità nei confronti della musica furono proprio gli stessi testi che, a causa di alcune delle tematiche (alcolismo, vita sregolata, violenza) venivano viste in maniera negativa dalla critica e dalle autorità del tempo.

Gli spiragli di libertà si videro principalmente con l’arrivo dei principi della glasnost’, che aveva permeato la vita sociale e politica russa; in conseguenza di ciò, lo stato iniziò a supportare lo sviluppo dei gruppi favorendo la possibilità di svolgere regolari concerti e facendo degli appositi rock club nelle varie città russe come ad esempio il Moskovskaja rok-Laboratorija, il Leningradskij Rok Klub di Leningrado e altre esperienze su tutto il territorio russo e non. La diffusione capillare della musica portò inoltre alla creazione di nuove scene indipendenti e si assistette alla creazione di fenomeni locali, ognuno dei quali con i propri gruppi e con i propri rappresentanti. L’esperienza leningradese resta la principale e la più conosciuta: vi si trovano esponenti come i Kino, gli Akvarium, Alisa che avevano reso Leningrado il centro fondamentale del rock dell’epoca; la scena moscovita invece, legata al Dvorec Kul’tury imeni Gorbunova (La casa della cultura Gorbunov), vanta gruppi come i Mašina Vremeni, Bravo, Voskresen’e e, a differenza del club di Leningrado, il laboratorio era più un centro della cultura rock informale e non un’organizzazione per musicisti, proprio perché i musicisti moscoviti erano più legati all’aspetto dell’indipendenza e della commercializzazione dei propri lavori.  Le altre esperienze locali sono la scena degli Urali e Sverdlosk (l’attuale Ekaterinburg) che facevano capo allo Sverdlovskij Rok klub, patria delle band Urfin Džus, Otraženie, Associacija, Nautilius Pompilius e Agata Kristi che erano collegati alle esperienze poetiche di Il’ja e Evgenij Kormil’cev e infine la scena Siberiana (da ricordare il gruppo di Omsk Graždanskaja Oborona, Instrukcija po vyzyvaniju), che non aveva carattere unitario, bensì era caratterizzata dalla frammentarietà delle esperienze e dalla creazione di uno stile del tutto diverso noto come punk siberiano, caratterizzato da testi molto politicizzati e da un suono sporco e graffiato.

Per il momento ci concentreremo principalmente sul gruppo capeggiato da Viktor Coj: i Kino, genius loci di Leningrado. I brani dei Kino sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo russo, quasi al pari di Tolstoj e Dostoevskij; risulta interessante scoprire come mai sono diventati così famosi e, soprattutto, di cosa si sono fatti portavoce.

La band proviene dal rock club di Leningrado, dove ha iniziato a muovere i primi passi a partire dai primi anni Ottanta e proprio grazie al fervore culturale musicale dell’ambiente ha iniziato ad assorbire le varie tecniche, gli stili e le contaminazioni grazie alla presenza dei gruppi che facevano capo al RokKlub. La musica dei Kino, generalizzando, possiamo considerarla come minimale: infatti il rock sovietico non adorava i virtuosismi musicali, la ricchezza principale erano proprio i testi, era un fenomeno più letterario che musicali, tanto che si parla spesso di rok-poezija, (poesia rock). I testi sono permeati dalla profondità e dal romanticismo e spesso trattano di temi vicini al quotidiano, alla vita di tutti i giorni, all’animo umano, fino a sfociare spesso nel misticismo e nell’esistenzialismo; sono la trasposizione in versi di una persona che si scontra con le avventure della vita, è l’urlo rabbioso di un “partigiano cittadino che odia il mondo corrotto in cui è costretto a vivere”. Qualsiasi situazione in cui si ritrova l’io lirico, risulta sempre essere ostile, avversa, inadatta e, per questo, l’eroe è alla ricerca di una via di fuga. Potremmo definire Coj come il cantore delle piccole cose, le uniche che esprimono sicurezza e le uniche che possono portare tranquillità al cantante.

La produzione dei Kino si indirizza nel periodo 1981-1990 fino al tragico evento della morte del leader, Coj. Dopo i primi due LP di esordio “45” e “46” possiamo trovare i veri e propri capolavori: Načal’nik Kamčatki, Eto ne ljubov’, Noč’, Gruppa krovi, Zvevda po imeni Solnce e l’ultimo emblematico Cërnyj al’bom.

Grazie alla forza delle loro parole, le canzoni dei Kino sono diventate un simbolo per tutti coloro che hanno vissuto la Perestrojka in prima persona, incarnando la forza della libertà e i cambiamenti sociopolitici avvenuti sul suolo russo e non durante questi anni: hanno cantato le loro canzoni in Piazza Bolotnaja, nei vari cortei di protesta che si sono susseguiti nel tempo a Minsk, in Ucraina fino ai recenti meeting di Mosca. Viktor Coj è stato, è e probabilmente sarà l’emblema di quella tanto agognata libertà di cui tanto si discute in questo ultimo periodo difficile per la storia russa.

 

I Kino nel 1987

 

Nonostante Coj abbia più volte affermato che non è compito di nessuno dare una spiegazione logica alle sue poesie, proviamo a guardare alcuni testi e i messaggi in essi contenuti:

  • Электричка: “Ieri sono andato a letto troppo tardi, oggi mi sono alzato presto. Ieri sono andato a letto troppo tardi, ho dormito poco. Probabilmente dovevo andare dal dottore la mattina e ora l’električka mi sta portando là, dove non voglio”. Coj si serve di uno spaccato del suo quotidiano (il treno, parte integrante della quotidianità sovietica) per aprire la narrazione di una condizione di vita che non sente sua; si sente costretto a immergersi nel monotono movimento insensato di macchine e di persone: è costretto a sedersi su quella električka per andare a scuola, al lavoro e dallo psichiatra per poter scappare dal servizio militare a cui erano destinati. E l’urlo finale “perché taccio, perché non urlo? Taccio?”  comunica una costante delle canzoni di Coj, in cui è presente una dimensione antieroica, dove ognuno si trova perennemente nel momento sbagliato al posto sbagliato.
  • Последний герой: “Non puoi dormire qui, non puoi vivere qui. Buongiorno ultimo eroe, buongiorno a te e quelli come te”. A quale dimensione eroica fa riferimento Coj in questa canzone? Campeggia una solitudine diffusa, l’impossibilità di far fronte alla vita, c’è la comprensione di non poter riuscire a trovare un posto nel mondo, il desiderio di riconquistare la solitudine, ma il desiderio passa in fretta. Si può subito comprendere che non è altro che un’antifrasi. Non è un eroe così come lo si intende nell’immaginario collettivo. Coj si rivolge a tutte quelle persone che hanno un netto rifiuto nei confronti della vita esterna e che provano a rifugiarsi nell’unicità e nella tranquillità della vita interiore e nella contemplazione.
  • Группа крови: “Il gruppo sanguigno sulla manica, il mio numero di serie sulla manica, augurami buona fortuna in battaglia”. Questa canzone tratta dall’omonimo album appartiene a una nuova stagione musicale per i Kino, infatti, con l’arrivo della glasnost’ ci fu un’apertura in vari ambiti e questo si rifletté anche negli album, tanto da diventare uno degli album simbolo della Perestrojka, del modus pensandi di quel tempo. La musica inizia ad avere un carattere diverso: i leitmotiv sono l’esortazione all’azione, al cambiamento e alle speranze.  Questa canzone garantì il successo ai Kino proprio perché in quel periodo la gente stava già pregustando la libertà che sarebbe arrivata di lì a breve. Per molto tempo “Gruppo sanguigno” è stata associata alla guerra in Afghanistan (ipotesi, peraltro, poco plausibile perché i soldati non avevano impresso il gruppo sanguigno sulla manica) ma dal testo emerge l’idea di un percorso di vita che è necessario compiere.

“Gruppo sanguigno” ruota attorno all’eroe di una imminente battaglia, che non va letta in senso letterale. Per il cantante la vita quotidiana diventa un territorio di perenne battaglia in cui trovare sempre riparo e la forza per poter andare avanti.

  • Звезда по имени Солнце: “Neve bianca, ghiaccio grigio sulla terra screpolata” la purezza della neve lascia spazio allo sporco, all’assenza di vita. Alcuni critici hanno visto una metafora politica dello Stato. “Come una coperta di pezze è la città nella morsa delle strade. Sulla città fluttuano delle nuvole che occultano il cielo azzurro”. La città è simbolo della civiltà, della moderna umanità urbana. “Sulla città c’è un fumo giallo, la città ha duemila anni trascorsi sotto la luce della stella chiamata Sole”. Nella seconda strofa si parla di guerra, “durata duemila anni, senza precise cause” e ancora una volta è da intendere in senso metaforico; si ripete ancora una volta la sensazione di conflitto con il mondo circostante. Nelle ultime strofe viene presentato l’eroe: “la sorte ama di più chi vive secondo le leggi altrui, chi è destinato a morire giovane. Non ricorda le parole “sì” e “no”, non ricorda i ranghi e i nomi e arriva a toccare le stelle, non sapendo che è un sogno”. Viene concretizzata la dimensione eroica di chi riesce a staccarsi dalla civiltà e prendere coscienza di sé stesso. La vita per Coj non è altro che una favola grigia, una falsa esistenza e a farci scoprire la verità sarà proprio chi riuscirà a staccarsi, a volare e ad avvicinarsi al sole. E molto probabilmente Coj che ha sempre vissuto secondo le proprie leggi, è stato proprio quella persona. 
  • Пачка сигарет: “Sono qui a guardare un cielo sconosciuto da una finestra estranea e non vedo neppure una stella familiare. Ho vagato ovunque per tutte le strade, mi sono voltato e non sono stato in grado di vedere le tracce. Ma se hai in tasca un pacchetto di sigarette, allora tutto non andrà poi così male oggi”. Dietro ai titoli semplici (Pacchetto di sigarette) si cela un significato più profondo. Coj tocca ancora una volta il tema dell’esistenzialismo; il brano è permeato da questo atteggiamento del “vagare”, delle strade. Rappresenta il momento in cui il Coj si ferma a riflettere sulla propria vita e raggiunge la consapevolezza che non può più tornare indietro. Come dice il testo stesso, il cantante “ha vagato” e ora non ha più nulla da fare, se non riunirsi in piena contemplazione con sé stesso e pensare a tutto ciò che ha fatto nel passato facendosi cullare dalla memoria e dal ricordo. Questo brano anticipa le tematiche dell’ultimo album dei Kino, il cui fil rouge è proprio l’esistenzialismo e l’ermetismo marcato dei testi.

Le ultime canzoni analizzate fanno parte del “Черный альбом” (Album nero – per il colore della copertina), che occupa un posto di rilievo. Coj si spegne il 15 agosto del 1990 a causa di un incidente automobilistico. Si trovava in Lettonia dopo aver registrato alcuni demo del nuovo disco; i pezzi in questione vennero usati dagli altri componenti per terminare l’album e pubblicarlo. L’ultimo lavoro dei Kino è caratterizzato dalla profondità dei testi e soprattutto dalla poeticità. Le canzoni smettono di essere canzoni e diventano poesie a tutti gli effetti. Se negli album precedenti Coj esortava alla battaglia, all’eroismo e al coraggio, qui si trovano la stanchezza, l’abbandono, la tristezza e l’inspiegabile malinconia. Vediamo due testi tratti dall’album finale:

  • Кончится лето: “Io sto aspettando una risposta, non ho più speranze. Presto finirà l’estate”. Si susseguono gli eventi del quotidiano: una tv, il telefono, un palazzo brutto, una giornata piovosa, un ristorante chiuso ma dietro a queste immagini si nasconde un messaggio ben preciso. Le canzoni di Coj sono degli scrigni della quotidianità sovietica grazie al quale è possibile cogliere i sentimenti dell’epoca. La canzone ha un ritmo inquietante e determinano lo stato d’animo che si cela dietro agli eventi della vita di tutti i giorni: si nasconde un mondo cupo, c’è la paura per i cambiamenti irreversibili che stanno avvenendo in Unione Sovietica e che stanno impaurendo Coj. Non c’è più nessuna speranza, sembra tutto perduto, l’estate finirà, e con lei anche l’ultima estate di Coj.
  • Кукушка: “Quante canzoni ancora da scrivere? Dimmelo, cuculo, canta”. L’ultima canzone è dedicata all’ animale che nell’immaginario culturale russo indica presagio di morte, infatti, alla domanda “quanto mi resta da vivere?”, lui canterà tante volte, quanti sono gli anni. Coj trasporta su un altro piano questo discorso: la sua domanda non riguarda la vita terrena, non si interessa agli anni che gli restano da vivere. Misura la sua vita tramite le canzoni che gli rimangono da scrivere. Kukuška diventa l’incarnazione maggiore del rapporto che esiste tra Viktor Coj e la sua vita, arte e vita finiscono per coincidere e diventare l’una lo specchio dell’altra. “Devo vivere in città o in un villaggio? Giacere come un sasso o brillare come una stella?” Il dialogo con l’uccello continua e pone alcuni interrogativi che riguardano la vita stessa di Coj o meglio, la morte dal momento che c’è l’idea del perdersi nella folla, del ritirarsi a vivere isolato.

“Sole mio, guardami. Il mio palmo si è trasformato in un pugno, se c’è della polvere da sparo dammi il fuoco”. Coj si rivolge ancora una volta al proprio destino, il palmo aperto sinonimo di apertura e di pace si è trasformato in un pugno pronto a colpire, l’io lirico in posizione ostile nei confronti del mondo. Il cantante si sente solo, sconsolato per la situazione in cui si trova e si ritrova pronto a sparire e a perdersi nelle stelle.

 

 

Si conclude così questo piccolo excursus sul rock sovietico e sulla band che forse più di tutte è riuscita ad imporsi nella memoria culturale. I Kino hanno avuto la fortuna di operare in un periodo storico e culturale molto attivo, e oltre a ciò sono stati in grado di raccontare la vita da due punti di vista: nel primo periodo di sono fatti portavoce della realtà quotidiana, della cultura materiale e non, mentre nel secondo hanno sviluppato una riflessione profonda, riuscendo a mettere in versi il disagio di quella gioventù che si trovava sospesa tra i primi sorsi di libertà e la sensazione di incertezza e di cambiamento che avevano attorno. Il merito che possiamo attribuire a Coj è quello di averci donato un’immagine concreta della Russia del tempo. I Kino hanno fatto nascere la cosiddetta “kinomania”: milioni di persone si sono appassionate a questa band, hanno dedicato film, muri, graffiti, disegni che hanno trasformato gli spazi urbani in dei veri e propri luoghi della memoria dove commemorare Coj, la musica dei Kino e quei tempi ormai andati.

Coj credeva fermamente nel ruolo eternante della propria arte. Passeggiando per Mosca, San Pietroburgo, Kazan, Ekaterinburg e altre città russe è possibile trovare almeno un graffito con scritto “Цой жил, жив и будет жить” e, a giudicare da quanto scritto sui muri, Vitja ci è riuscito, restando nel cuore di intere generazioni.

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