Capire i Balcani occidentali: un itinerario tra passato, presente e futuro della periferia d’Europa

26/09/2021Sara Verghi

Capita spesso che alcune persone che, per un motivo o per un altro, si approcciano alla conoscenza dei Balcani, chiedano ancora chiarimenti in merito agli eventi storici passati. In particolare l’ultimo Novecento, comprese le guerre jugoslave, vengono visti come qualcosa di poco chiaro, sebbene siano passati già quasi più di trent’anni. Inevitabilmente questa lacuna storica e culturale è da imputare anche ai media occidentali, Italia compresa, che non hanno saputo spiegare agli spettatori cosa succedeva aldilà dell’Adriatico. A ciò si aggiunge una falla ancora più preponderante su tutto il passato della regione, rimasta esclusa dall’orbita occidentale a partire dalle invasioni ottomane. Nulla, però, è perduto: una squadra di studiosi e ricercatori dell’area ha creato un volume di ampio respiro al quale il lettore, curioso di recuperare un pezzo di storia e di capire il presente, può fare affidamento.

“Capire i Balcani occidentali” significa porre in un mosaico diverso e composito tutti gli avvenimenti del secolo scorso, in particolare quelli degli ultimi decenni, per poter comprendere la situazione attuale della regione. Nei paesi ex-jugoslavi – ed in particolare in Bosnia ed Erzegovina – il trauma della guerra non ha ancora abbandonato la coscienza dei propri cittadini. Questi ultimi hanno sottovalutato la pandemia di Covid-19, poiché ritenevano di aver vissuto sulla propria pelle un’esperienza notevolmente peggiore, quella della guerra. La Slovenia si rileva il Paese più equilibrato e stabile: non versò nemmeno una goccia di sangue per distaccarsi da Belgrado. La Croazia, nonostante varie problematiche, lascito della guerra degli anni ’90, è riuscita ad inserirsi nell’Unione europea, sentendosi quindi distaccata, o almeno in maniera illusoria, dal resto del caos balcanico. Il vicino Montenegro ha conosciuto quest’anno un’importante svolta: la fine dell’era Đukanović, leader indiscusso degli ultimi 30 anni. La Serbia fa ancora i conti con i criminali di guerra: all’8 giugno scorso risale la condanna definitiva al generale Ratko Mladić. La Macedonia del Nord, storicamente divisa tra Serbia, Grecia e Bulgaria, ha dovuto cedere al compromesso del cambiamento del proprio nome. Il Kosovo combatte ancora per essere riconosciuto a livello internazionale. Dopo le dimissioni di Ramush Haradinaj, ex-premier e leader del partito di centro-destra Alleanza per il Futuro del Kosovo, il governo è in mano ora al partito di sinistra Vetëvendosje!, del quale è leader l’attuale premier Albin Kurti. L’Albania, con il benessere acquisito soprattutto dalle rimesse degli espatriati, ha raggiunto un livello di qualità della vita tale da diventare paese d’immigrazione, seppure non in massa. Molti italiani preferiscono trasferirsi nel Paese delle aquile per aprire un’attività o fare carriera.

Il punto di partenza dal quale, in seguito all’introduzione di Martina Napolitano – curatrice del volume, inizia la trattazione è un riepilogo sugli accordi di Dayton:

Entro i confini bosniaci, gli accordi riconobbero la rappresentanza a tutti i principali gruppi etnici. Sul lungo termine, il complesso sistema istituzionale bosniaco sancito dagli accordi di Dayton non ha fatto altro che provocare uno stallo totale del paese, oggi tenuto in piedi soprattutto grazie agli aiuti internazionali.

Come affermato precedentemente, si può constatare come la Bosnia sia il paese ex-jugoslavo che più di tutti, ancora oggi, paga a caro prezzo le conseguenze dell’ultimo conflitto. A partire dagli accordi di Dayton, ogni etnia costruì il proprio partito ad immagine e somiglianza: per i bosgnacchi Partito d’Azione Democratica (Stranka Demokratske Akcije, SDA), per i croati l‘Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ) e il Partito Democratico (Srpska demokratska stranka, SDS) per i serbi. La divisione politica su base etnica si è inevitabilmente riflessa su tutta la società: persino a Sarajevo, dove una volta in un quartiere abitavano musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei insieme, oggi il centro è dominato dalla maggioranza musulmana, e quella che oggi è la minoranza serba occupa quartieri ben definiti e a sé stanti, quasi fossero ghetti. La Bosnia rappresentava durante i decenni della Jugoslavia il miglior esempio di convivenza multietnica. Oggi, invece, passeggiando nelle zone periferiche di Trebinje si notano murales che raffigurano la bandiera serba, tanto per menzionare una delle tante contraddizioni di questo complicato Paese. Il lettore occidentale ancora oggi non riesce a capire cosa sia la Republika Srpska, confondendola con un’enclave serba, ma come precisa Marco Siragusa nel suo capitolo intitolato Gli accordi di Dayton, si tratta di un’entità federale che, insieme alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina con maggioranza musulmana e croata, compone il territorio storico della Bosnia. Anche Mostar, cittadina erzegovese tristemente nota per la distruzione del ponte ottomano nel 1992, si divide in base all’etnia: a ovest i croati e ad est i musulmani. Persino i programmi scolastici sono divisi, così da fomentare ulteriormente la divisione su base etnica. La Bosnia ed Erzegovina si ritrova quindi imprigionata nelle sue stesse catene, in uno stallo della società dominata da corruzione, disoccupazione e nazionalismi. Nonostante aspiri a diventare membro dell’Unione Europea, la strada sembra ancora lunga e si auspica un cambiamento radicale che possa dare una svolta definitiva al futuro del Paese. Fa ben sperare l’elezione a sindaca di Sarajevo di Benjamina Karić, che, quando le fu chiesta a quale etnia appartenesse, rispose con “altro”, dimostrando grande coraggio e riaccendendo la speranza nei suoi cittadini ed, in generale, in tutti i bosniaci.

Muovendoci verso il primo capitolo, l’oggetto della trattazione sono “identità, nazioni, confini”, temi caldi e sempre dibattuti nei Balcani occidentali. Tale complessità è ben delineata da Marco Siragusa, autore di questo capitolo:

Affrontare il tema delle identità nei Balcani è sempre complicato e pericoloso. Nel prendere in esame l’argomento si corrono in primo luogo due rischi: da un lato, quello di trattare la regione come un luogo in cui identità reciprocamente escludenti si scontrano tra loro, dall’altro, si rischia al contrario di presentarla come un unicum, andando inevitabilmente a semplificare e appiattire storie e culture.

Il concetto stesso di identità è indissolubilmente legato a quello di nazione, in un modo che al lettore occidentale può sembrare di difficile comprensione. Nella quasi totalità del continente europeo, alla Nazione corrisponde una nazionalità e, dunque, un’identità unica: per fare un esempio all’Italia corrispondono gli italiani. Sebbene sul suolo italiano vi siano altre minoranze, alcune presenti da secoli – per rimanere in tema di Balcani basti pensare alle comunità croate, greche ed arbëreshë – si tende a non dare loro particolare rilevanza. Al contrario, invece, nei Balcani occidentali, alla cosiddetta nacionalnost in serbo-croato non corrisponde mai un’unica nazione: come si è già detto la Bosnia ed Erzegovina ne era il simbolo per eccezione. Siragusa, infatti, ricorda in un ottica più generale cosa aveva significato in questo senso la Jugoslavia:

L’esperimento della Jugoslavia socialista infatti non si basava più tanto sull’idea di nazione, come accaduto fino alla prima metà del Novecento, bensì sull’abbattimento delle discriminazioni tra classi sociali.

Se da una parte questa pluralità era considerata una ricchezza, fu invece proprio oggetto di casus belli e di dissidi che permangono ancora al giorno d’oggi. Ai primi due temi, identità e nazioni, si aggiunge quello dei confini, oggetto di contese da secoli: le Krajne e Slavonia croate difese dai serbi e quindi considerate loro territorio, il fiume Drina che fa ancora da confine naturale tra Bosnia e Serbia, il minuscolo litorale bosniaco incastonato nella costa dalmata. Oltre alle questioni storiche legate a questo temi, è interessante l’accenno di Siragusa ad un’altra identità, quella europea:

Oggi, a completare il quadro, vi è la presenza di una nuova forma di identità, che del tutto «nuova» poi non è. Si tratta dell’identità europea, incarnata idealmente dall’Unione europea, ed equivalente all’insieme di valori e istituzioni che oggi rappresentano, almeno a parole, l’orizzonte privilegiato della regione balcanica.

Quest’aspirazione all’identità europea si può comprendere sotto diversi aspetti: quello di abbracciare un’identità lontana dalla mera rappresentazione etnica e il voler inserirsi in un contesto più ampio, europeo, che può aprire al cittadino balcanico molte più prospettive rispetto alle poche che gli si presentano. Vi è inoltre un’altra visione che affonda le sue radici nel complesso fenomeno dell’orientalismo, ovvero quella volontà dell’individuo balcanico di affrancarsi da un passato caotico, pesante ed ingombrante, per poter abbracciare la civiltà europea. Quest’ultima può sembrare una strana contraddizione, ma invece può essere oggetto di interesse sia da parte di un croato, cittadino orgogliosamente europeo che guarda al resto dei Balcani occidentali come ad una civiltà inferiore, sia al cittadino bosniaco, serbo o montenegrino. In particolare questi ultimi tre si trovano ancora lontani dall’Unione Europea, e perciò non vedono l’ora di esserne parte proprio per togliersi di dosso quell’etichetta orientalista che per tanto hanno dovuto portare. L’identità europea si profila quindi come un miraggio nel deserto ed una strenua speranza per il futuro.

Nel secondo capitolo, intitolato Il confronto con il passato, ci si accinge a riflettere per l’appunto sul passato, che costituisce un’interminabile riflessione sul presente, sul futuro e sul destino dei cittadini dei Balcani occidentali. Tutto ruota attorno al ricordo e alla riesumazione del passato o, al contrario, alla sua distruzione:

Attorno ai conflitti di memoria le istituzioni formulano risoluzioni e proposte di legge, stabilendo o rimuovendo festività e commemorazioni; il paesaggio urbano viene modificato con la costruzione di nuovi monumenti e interventi sulla toponomastica; si realizzano film e serie televisive dal valore pedagogico o agiografico e si strutturano programmi e testi scolastici; si determinano, spesso in negativo, i rapporti diplomatici nella regione; si concentrano infine non di rado sul tema memoriale le conversazioni quotidiane, da quelle di conduttori televisivi, politici e personaggi pubblici a quelle dei famigliari a casa o degli utenti sui social, dal forte impatto emotivo.

Dal passato si sono recuperate antiche vestigia, racconti epici e, soprattutto, credenze: dopo la dissoluzione della Jugoslavia l’elemento religioso è tornato a fare da protagonista. Non che durante la Jugoslavia fosse stato assente, anzi, la situazione non era analoga all’assoluto divieto di professare il proprio credo come in URSS. Di qui, come menzionato, il ritorno di varie festività, come la solenne slava per gli ortodossi, giorno dedicato al santo di famiglia. Il recupero del passato è stato, quindi, un antidoto efficace nel tentativo di ricucire ferite profonde ed un collante per la compagine sociale. C’è chi, al contrario, fa del passato una cartolina preziosa da conservare: si parla spesso di jugonostalgia, di quel sentimento di chi rimpiange amaramente un’epoca passata e non riesce a superare le odierne divisioni e, ascoltando “Jugoslovenka” -cantata dalla celebre Lepa Brena, spera ancora alla ricostituzione dello stato federale jugoslavo o di un’entità sua simile.

L’indefinita transizione, il terzo capitolo, ci presenta le varie tappe della frammentazione, soprattutto politica, dei Balcani occidentali. Giorgio Fruscione ci spiega il perché di questa transizione non ancora terminata, definendola un

processo […] sia indefinito che infinito. Indefinito perché si sa – più o meno – quando inizia, ovvero con il crollo del monopolio ideologico socialista, ma non si sa quando verrà completato. Di conseguenza risulta anche infinito.

Dunque, non è certo né il punto di partenza né il punto d’arrivo per la stabilità di questa regione ai confini dell’Europa. Sia per i paesi ex-jugoslavi che per l’Albania la lunga parentesi socialista ha rappresentato indubbiamente un periodo di stabilità, seppur senza difficoltà sia interne che esterne. L’ideologia e la propaganda facevano da collante per cittadini provenienti da diversi contesti: geografici, etnici o politici. Le vestigia asburgiche e ottomane erano, all’inizio del Novecento, ormai un inutile fardello e la voglia di indipendenza era ciò che più unì gli slavi del Sud. A ciò si aggiungeva una corrente panslavista che vedeva le sue origini nel Romanticismo ottocentesco e che considerava gli slavi meridionali come un gruppo sì eterogeneo, ma omogeneo per antiche radici etniche e stretta somiglianza linguistica. Non si potrebbe dire la stessa cosa al giorno d’oggi poiché, come già sottolineato nel corso di questa trattazione, i conflitti etnonazionalisti sono più che mai un ostacolo alla stabilità politica dei Balcani occidentali. Il futuro è ancora estremamente incerto, ma come giustamente afferma Fruscione, è bene tenere a mente chi dovrebbe guidare la regione verso un allineamento pacifico e democratico:

Il futuro dei Balcani dipenderà molto di più dalle capacità dei partner europei – che al netto dei troppi errori devono rimanere il canale preferenziale – e dei leader locali di combattere i problemi che accomunano la regione e che lo strascico nazionalista degli anni Novanta ha occultato, preferendo puntare alla paura dell’altro.

Ancora Marco Siragusa nel quarto capitolo offre una precisa e dettagliata panoramica sulla geografia dei Balcani occidentali. Percorrendo un viaggio immaginario dalla Slovenia alla Macedonia del Nord, il costante sfondo delle Alpi dinariche si accosta alle specificità territoriali, ambientali e turistiche di ciascun Paese. Come ricorda lo stesso autore, con Balcani ci si riferisce alla regione compresa tra Slovenia e Grecia. Il toponimo deriva dal turco ottomano “balkan” che significava “monte”, ad indicare proprio come tutto il territorio fosse caratterizzato dalla presenza di rilievi, che in realtà non sono tra i più alti in Europa. La definizione stessa di Balcani non è esente da critiche:

Il legame tra il toponimo Balcani e la sua effettiva corrispondenza geografica è stato per secoli al centro di dibattiti tra studiosi e intellettuali, entro cui non di rado si sono insinuate e riflesse anche le tendenze politiche del momento.

Nemmeno la geografia di questi paesi non ha conosciuto diatribe e contese, inoltre le aspre alpi dinariche sembrano il riflesso dei volti dei popoli che le popolano: fieri, testardi ed orgogliosi. La tenacia degli abitanti della Lika, dei montenegrini e degli albanesi del Nord sembra quasi essere donata da quello stesso paesaggio, che diventa antropomorfo ed eterno testimone delle vestigia dei suoi abitanti.

Le migrazioni sono un altro tema che coinvolge i Balcani occidentali, soprattutto alla luce degli eventi dell’ultimo decennio. Negli anni Novanta il volto del profugo era balcanico – a seguito degli sfollamenti dovuti ai conflitti di quegli anni -, ma “questa percezione è cambiata drasticamente con lo scoppio della cosiddetta «crisi dei rifugiati» del 2015-16”. Oggi, quindi, il profugo ha volto mediorientale e si trova ad attraversare luoghi che ancora risentono delle tracce e dei dolori dei profughi indigeni di trent’anni fa. La cosiddetta “rotta balcanica” è oggi oggetto di accese discussioni per i Paesi che vedono attraversare giornalmente migliaia di profughi. I terribili soprusi della polizia frontaliera, soprattutto di quella croata, e le scarse risorse a disposizione costituiscono due delle principali problematiche che interessano i Balcani occidentali in merito a questo fenomeno. Da emergenza, ovvero situazione temporanea, esso sta assumendo dimensioni ben più ampie, solo per il fatto che si sta protraendo oramai da anni. Una questione in particolare riassume l’estrema criticità di ciò che, ormai, è una situazione cronica e di stallo:

Una delle principali anomalie della rotta balcanica […] risiede principalmente nel fatto che i paesi dei Balcani occidentali sono chiamati a farsi carico dell’accoglienza e della protezione umanitaria di richiedenti asilo che non vogliono fermarsi nella regione. Oltretutto, si tratta di migranti che, a esser precisi, nell’Unione Europea e nell’area Schengen sono già entrati, avendo fatto il loro ingresso in Grecia: qui, tuttavia, non ricevono il livello di accoglienza e di protezione che l’Europa, almeno sulla carta, promette.

Il sesto e ultimo capitolo, dulcis in fundo, si concentra sui realia dei Balcani occidentali. Croce o vanto dei Balcani sono sempre state le mille e una sfumature della cultura e della realtà composita di questa regione. Romana e bizantina, asburgica e ottomana, moderna o tradizionalista, questo pezzo d’Europa dimenticato ha saputo essere spugna di tante civiltà che l’hanno plasmata. Con un’introduzione poetica Giustina Selvelli, autrice di questo capitolo, riassume la sensazione di un turista approdato in queste terre complicate:

Di primo acchito, lo stato d’animo all’arrivo in una destinazione dei Balcani occidentali può tingersi di sensazioni ambivalenti, accompagnandosi a un presentimento di intraducibilità che, se prontamente direzionato, può stimolare la curiosità verso le insolite combinazioni di elementi apparentemente dissonanti presenti.

Dissonanti come il coro unisono dell’adhan – richiamo alla preghiera del muezzin- e delle campane cattoliche ed ortodosse, che ancora oggi si possono ascoltare a Sarajevo. Dissonanti come i leoni veneziani di Kotor alle cui spalle ci sono le nere montagne che racchiudono i villaggi dell’entroterra. Dissonanti come le migliaia parole del serbo-croato che non hanno origini slave, bensì turco-arabe. Dissonanti come un’intera regione, i Balcani occidentali, che sorge ad Est, ma che non appartiene solamente ad esso. Il percorso che ha creato Selvelli sembra quasi invitare il lettore, sicuramente soddisfatto ma un po’stanco dalle precedenti – ed ottime – letture di carattere geopolitico, ad adagiarsi su un morbido pouf decorato, sorseggiare un buon caffè bosniaco ed immergersi nell’omaggio a lui offerto di una serie di realia, ai quali difficilmente dirà addio per sempre.

In un’ottica di futuro interesse dei cittadini europei e, soprattutto, della classe politica che li governa, si auspica che la regione balcanica diventi sia un partner di preferenza, sia parte integrante del continente europeo. Tale prospettiva di speranza e ottimismo è ben resa da Marina Lalović in una frase che chiude l’intero volume:

La balcanizzazione, termine diventato sinonimo di dissoluzione, non può più essere la principale proiezione di questo territorio: dei Balcani europei e un’Europa non “balcanizzata” costituiscono un indispensabile auspicio per il futuro.

Capire i Balcani occidentali può essere sia una partenza per chi vuole iniziare a scoprire questo piccolo mondo sud-europeo, sia un arricchimento necessario per chi già lo conosce: perché si sa, non si smette mai di imparare. La squadra di professionisti che ha contribuito alla stesura di questo manuale ha saputo creare un unicum per eterogeneità di temi e trattazioni, coese tra loro, che forniscono un quadro completo, diversificato e approfondito dei Balcani occidentali.

  

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