L’umanità danza sui piatti del caos: Tom Kuka e la malattia come conseguenza del peccato

La giustizia dell’uomo sta nella corruzione della sua carne. Se nel corpo sembra annidarsi la ragione del peccato, è sempre nel corpo che si possono ritrovare gli strumenti del riscatto. Così il sangue di Cristo, che dalla croce si riversa sulla terra, riporta in vita il progenitore Adamo, epurato dalla colpa.

 

Il sacrificio della carne sembra essere connaturato nell’esistenza stessa dell’uomo a tal punto da non aver abbandonato nemmeno l’immaginario moderno, anzi, da esso viene smembrato e riscritto. Così il sacrificio di Ifigenia, atto a lavare la colpa del padre, diventa nel film Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos storia di un altro padre che, dopo aver ucciso un uomo per errore, si ritrova a dover sacrificare la vita di uno dei suoi due figli per salvare l’intera famiglia.

 

Se però la colpa del singolo può essere riscattata da un solo battito di cuore, la colpa dei molti necessita di un battere simultaneo che dia ritmo all’enorme danza macabra della morte. A far suonare i petti degli uomini come fossero pelli di tamburo è il morbo, che, come descritto da Edgar Allan Poe, si fa strada alto, magro, avvolto, da capo a piedi, in un sudario. Molti sono stati gli scrittori che si sono serviti della peste o, più in generale delle pandemie, per esplorare le colpe del genere umano.

 

Su questo stesso piano si muove Tom Kuka con il suo Flama (“Calamità”), che sfrutta la malattia come specchio rivelatore del peccato. La città di Tirana diventa in questo racconto una novella Atene, il cui male, chiamato appunto Calamità, ricorda il morbo raccontato da Tucidide: 

 

Alcuni di loro desideravano solo dell’acqua e non si sarebbero dissetati neppure se tutto il fiume Erzen fosse stato portato loro con gli orci. Bevevano acqua finché il ventre non diventava otre e poi scoppiavano riversando un liquido denso e nero come il catrame.

 

Il romanzo si apre con un atto di magia simpatica a cui la moglie del protagonista, Sadija, sottopone la figlia. La donna recide la bella chioma della bambina per poi bruciarla immediatamente, al fine di scongiurare qualsiasi forma di malocchio sulla piccola. Questo rituale, apparentemente insignificante, sembra in realtà anticipare due avvenimenti: da una parte si tenta col fuoco di esorcizzare il morbo mentre dall’altra, il taglio preannuncia l’assassinio di una donna. A essere tagliata infatti sarà anche la gola di una zingara, nota per la lettura dei fondi di caffè. La presenza di un veggente/profeta emarginato può essere considerato elemento necessario alla struttura del mito moderno della peste.

 

Nell’opera di Camus Lo stato d’assedio a ricoprire questo ruolo è Nada, personaggio dal nome esemplare, che sta a indicare allo stesso tempo la sua condizione di emarginato e la sua stessa volontà di essere niente in un mondo che ha fatto dell’apparenza e dell’obbedienza la sua normalità. È lui ad annunciare ai suoi concittadini nel primo atto l’arrivo della peste:

 

Credetemi: avrete dei guai. Quella cometa è un cattivo segno. Vi dà l’allarme. Vi pare inverosimile? Me l’aspettavo. A voi basta fare i vostri tre pasti, lavorare le vostre otto ore, mantenere le vostre due donne e credere che tutto sia in ordine. Ma voi non siete nell’ordine: siete nei ranghi. Ben allineati, l’aria placida, maturi per la calamità. Ecco, brava gente: vi ho avvisato e sono in regola con la mia coscienza. Per il resto non ve la pigliate: lassù si occupano di voi. E voi sapete con che risultato: non sono molto comodi, lassù!”

 

Interessante è vedere come Nada usi la parola calamità – calamité nel testo in lingua originale –, stessa parola utilizzata da Kuka e che sta a indicare proprio sventure di natura pandemica.

 

Al contrario di Nada, però, che fa grande uso della parola, la zingara non parlerà mai. Ci viene subito presentata con la gola aperta, indifesa nel suo corpo di bambina. La posizione del taglio non sembra essere casuale, poiché proprio la gola è la sede della voce, strumento fondamentale dei profeti e dei poeti. Solo le parole di un vero profeta destano la coscienza: per questo sono pericolose. Inoltre, a sottolineare la condizione di creatura magica della donna è il nanismo. L’archetipo del veggente presenta spesso caratteristiche fisiche alterate, primo esempio fra tutti Odino, conosciuto anche con il titolo di one-eyed, il dio guercio, che aveva ottenuto il potere delle rune accecandosi. La donna viene più volte appellata dagli altri personaggi come la nana, senza però che questa denominazione venga caricata di disprezzo. La zingara viene infatti trattata quasi con dolcezza paterna dal protagonista e ispettore di polizia Di Hima, che accoglie il suo corpo dilaniato tra le braccia, descrivendone poi i tratti del viso con candore, come se non avessero mai incontrato l’asprezza dell’età adulta.

 

Da questo momento Di Hima si ritrova ad amministrare la giustizia in una città in cui la Calamità sembra aver mutato la moralità delle persone. In un mondo in cui il morbo ha reso inutili persino gli strumenti della scienza, l’uomo si ritroverà ad appellarsi al mondo degli spiriti, gli unici capaci di sottrarsi al potere della lama che sta squarciando gole.

 

Un altro personaggio, chiamato “il messaggero”, gioca il ruolo di indovino inconsapevole. L’uomo, che passa le sue giornate seduto, tiene la camicia sbottonata e il vento vi si insinua posando al suo interno le parole sottratte alle bocche delle persone. Il vento le coglie, quasi fossero fiori e le consegna al vecchio che le custodisce, senza un vero scopo. Racconta le notizie agli uomini, senza che queste diano loro un vero peso. Di Hima si rivolgerà più volte a lui per trovare l’assassino della zingara, ricevendo da messaggero tutte le notizie che il vento gli bisbiglia. La natura dell’uomo è quasi vana, come quella dello stesso elemento con cui conversa. Non ha direzione né scopo, asseconda i moti dell’esistenza come una vela. Non ha interesse a raccontare la verità, ma non per questo è un uomo cattivo. Sta all’ascoltatore cogliere i messaggi giusti e a farne buon uso.

 

 

Gli uccelli come voce, la voce come anima

 

La zingara tornerà nuovamente a visitare il protagonista, con la quale condivide una sensibilità divinatoria. I due si incontreranno in quello spazio sospeso tra la notte e il sogno, quando i sensi sono ancora vigili, ma la mente appartiene al sonno. Seduti al tavolino che si trova nel mezzo del giardino di Di Hima, i due rimangono silenziosamente uno di fronte all’altro. Al centro della tavola troneggia la tazzina che ha messo fine alla vita alla zingara. L’uomo gliela pone davanti nella speranza che la donna la legga rivelandogli la sua storia ma, come apprenderemo più avanti nel racconto, solo gli spiriti maligni, i xhind, parlano. La parola non è prerogativa dei morti, quasi come a dirci che i due mondi, quello dei vivi e dei non vivi, non si devono incontrare. Eppure, con la Calamità che affievolisce i confini tra queste due dimensioni, ai trapassati è permesso di aggirarsi tra i vivi e di lasciare loro indizi. Questo mondo in cui il morbo ha tolto giurisdizione ai viventi, ha, quasi a farsi scacco da solo, permesso ai morti di appropriarsi degli antichi diritti dei vivi.

 

Testimone di questo convergere di mondi è l’assenza degli uccelli. Nelle fiabe ungheresi, per esempio, l’eroe che arriva nella terra dei morti si trova spesso a rispondere a una peculiare domanda: cosa fai qui, dove non volano gli uccelli? Allo stesso modo i cieli di Tirana non godono più del canto di queste creature. Dopo la morte della zingara gli alberi tacciono e i nidi rinsecchiscono. Esattamente come nell’altro libro di Tom Kuka L’ora del male, gli uccelli giocano un ruolo fondamentale in quanto sono annunciatori di sciagure e catastrofi. La loro assenza annuncia che il morbo sta espandendo il suo tessuto tumorale all’interno della città. A prendere il posto degli uccelli sono i topi, che hanno fatto della città la loro tavola imbandita, arrivando a rosicchiare la notte le gambe dei bambini che penzolano fuori dal letto. Non solo, il silenzio degli uccelli equivale alla perdita della voce della zingara, messa a tacere dalla mano del peccato. L’interruzione del canto diventa così metafora della gola tagliata dell’indovina, che non potrà di vaticinare.

 

Gli uccelli, e con essa la voce, sono anche simbolo dell’anima umana. È nell’albero della vita che, secondo la cultura altaica, le anime degli uomini si generano in enormi nidi. Con lo spandersi del morbo gli uomini si ritrovano in una condizione di premorte, in cui il proprio corpo diventa una landa desolata che l’anima non riconosce come sua e che cerca di evadere. Il corpo senza voce è un corpo senza anima, privo di quel soffio vitale che Dio conferisce proprio attraverso il verbo.

 

 

Il mondo ribaltato

 

Non solo i morti si incontrano con i vivi. Il morbo prende la sfera del mondo e la ribalta, rendendo il giorno l’ora del sonno e la notte l’ora della veglia, i topi predatori dei gatti e i gatti prede dei topi. In un carnevale obbligato i ruoli si ribaltano e così il compasso morale. È in questa situazione che il dottore Spiro Kutleshi trasforma le rosse mura del bordello della città di Tirana in un ospedale. A fargli da infermiere ci sono le prostitute, che eseguono zelanti il loro lavoro. Misurano la pressione, somministrano con estrema cautela i farmaci, sorvegliano diligentemente i pazienti. La pratica di assumere prostitute per poter assistere i malati di peste era norma diffusa nel Medioevo. Ce lo testimonia anche un quadro del Tintoretto, San Rocco risana gli appestati, in cui la contrapposizione tra il santo e le prostitute dimostra che in questo ribaltamento dei ruoli c’è in realtà una sottile forma di coerenza.

 

Si vede quasi risolvere, nel corpo della donna, quell’inconciliabile binomio del sacro e del profano, in cui la prostituta si vede restituiti i suoi attributi sacrali e, simile a una sacerdotessa, fa uso del suo potere femminino per curare gli uomini. La strega diventa una santa che dispensa con generosità i suoi miracoli, senza fare differenze. Quella dignità che in tempi sani e rispettabili era loro stata negata ora viene concessa dal morbo, che indossa pomposamente l’alloro di Apollo e inizia queste donne ai segreti della medicina, mentre con il suo arco affligge gli uomini di malattie.

 

Il capovolgimento è condizione necessaria al raggiungimento di un nuovo ordine, poiché introduce il caos che abbatte il vecchio sistema. Come nel linguaggio mistico dei tarocchi, Dio colpisce la torre, forse Babele, e con essa un sistema morale arcaico e putrescente, che ha bisogno di essere rinnovato. Dalle sue macerie può così sorgere qualcosa di nuovo. In questo senso la malattia può avere valenza iniziatica. Può condurre alla morte o può schiudere nel cuore dell’ammalato una consapevolezza di cui prima non era cosciente.

 

 

Il diavolo-orco impugna una lama

 

Di Hima è, a sua volta, un indovino, ma storpio. È in grado di vedere quel mondo sottile che, simile a un sudario, si posa sul mondo fisico. Quella realtà traslucida è abitata da spiriti che non comprende. Vede i fondi di caffè, ma non può leggerli. Ha bisogno, da una parte, di servirsi degli strumenti della scienza per risolvere il caso e, dall’altra, di usare intermediari tra il mondo visibile e quello invisibile per arrivare alla verità. Più avanza nella sua ricerca, più inizia a comprendere che tra la piaga che ha colpito la sua città e la morte della zingara esiste una connessione. A confermarglielo è una donna, Emine Bauku, nota per la sua inscalfibile memoria, la quale conferma all’ispettore che ciò che ci è successo ha radici in quella sciagura.

 

La sciagura ha le sembianze di un diavolo-orco e Tom Kuka scosta per noi la tenda dei suoi pensieri, mostrandoci per brevi istanti una mente farneticante, irosa, alle soglie della quale non è concesso trattenersi troppo. L’uomo, che viene chiamato ciclope per le sue dimensioni di gigante, ricorda il drago dei racconti balcanici, che viene dal mare e chiede in sacrificio una fanciulla di cui potersi cibare. A ricoprire questo ruolo è la figlia del ciclope, di cui l’uomo non esita a cibarsi puntualmente. Nemmeno lei, come le vittime del padre, possiede una voce.

 

L’arma di cui si serve il ciclope è un’arma piuttosto comune, una semplice lama. Nelle sue mani però assume una valenza estremamente demoniaca, dal momento che il metallo è elemento infernale e al tempo stesso sacro: diventa alter ego dell’eroe che recide la testa dell’idra, ma può essere forgiato solo dal fuoco che risiede nelle profondità di un mondo ctonio.

 

Il diavolo-orco di questa storia, dunque, semina il peccato nel giardino dell’Eden che appassisce, costringendo Adamo ed Eva alla condizione di viandanti perenni in cerca della Gerusalemme Celeste. Ogni qualvolta una voce tenta di sollevarsi dallo strato di polvere in cui l’umanità striscia in agonia perenne, il ciclope appare e gli taglia la gola, lasciandosi dietro un sempre più profondo fiume di sangue in cui gli appestati cadono, nella speranza di placare quella sete che tormenta loro l’anima. Più il diavolo-orco uccide, più i topi si rafforzano, spargendosi simili al senso di colpa nelle abitazioni della gente. Al peccato partecipano tutti perché tutti lo portano dentro fino a che non si manifesta con una brutalità tale da rendere necessario il sacrificio collettivo della carne. È proprio nella corruttibilità di quella stessa carne che la Calamità si attacca, altera le cellule e strazia il corpo, nel tentativo di scacciare il peccato dal sangue.

 

In questo tendersi verso la salvezza Di Hima si unisce al moto silenzioso del morbo, scandito dall’assordante ronzio delle mosche. La scia di gole tagliate si fa filo di Arianna che conduce alla lama sporca del diavolo-orco. L’ispettore lo segue come Teseo nel labirinto fino ad arrivare al suo minotauro. Il sangue è quello giusto e la Calamità accetta l’offerta. L’umanità è finalmente – e temporaneamente – libera dal peccato fino a quando la Meretrice non sarà di nuovo incinta di un nuovo peccato.

 

 

Tom Kuka personaggio-psicopompo

 

A rivestire il ruolo di becchino è un insolito personaggio, che prende il nome dell’autore stesso. Tom Kuka è il Caronte della città infernale, colui che come un monatto seppellisce i morti, vagando al ritmo dei sospiri degli abitanti di Tirana. Sembra udirli da dietro le porte e, trasportato dal loro fiume di mormorii, li raccoglie ancora prima che possano chiamarlo.

 

Come la morte nel già sopracitato Lo stato d’assedio, Tom Kuka è un’entità benigna, pietosa, che concede ai morti quella tenerezza che persino la vita non gli aveva concesso. In una città in cui gli uccelli fuggono e vengono tagliate le gole a chi reclama la sua voce, il poeta presta la sua ai vinti. Rinuncia al privilegio e rimane tra quelli che hanno perso il diritto a parlare. Almeno questa sembra voler essere la volontà del poeta.